Il callo dello scrittore è sempre “cool”! Dedicato a chi ama scrivere a mano, un gesto che è pura poesia.

Al callo non rinuncio. Anzi ne vado fiera. Ci ho pensato l’altro giorno, quando la mia estetista mi ha proposto di provare a “limare” il dito medio della mano destra, che ora è appena un po’ bitorzoluto. Le ho spiegato che “c’è callo e callo” e quello dello scrittore è sempre cool.

Se avesse visto il mio dito medio ai tempi della scuola le sarebbe preso un colpo! Fino all’università il callo era così grosso che sembrava un bernoccolo. Ma anche ora, che si vede appena, ci sono affezionata: mi ricorda quanto ho sempre amato la scrittura e la amo tuttora. 

Non rinuncerei al computer naturalmente, però il gusto di scrivere a mano lo conservo, soprattutto quando devo annotare pensieri e riflessioni. Non giro mai senza un taccuino e una penna in borsa, e non è solo deformazione professionale.

Nicolas Barreau ne “Gli ingredienti segreti dell’amore” fa una riflessione che condivido:

La mia teoria è che le persone che scrivono romanzi e ci raccontano qualcosa possano essere divise in tre gruppi principali. I primi scrivono sempre e solo di se stessi. I secondi hanno l’invidiabile talento di saper inventare storie. Sono in treno, guardano fuori dal finestrino e a un tratto hanno un’idea. E poi ci sono quelli che potrebbero essere definiti gli scrittori impressionisti. La loro dote consiste nel trovare storie. Osservano quello che succede intorno a loro e raccolgono situazioni, stati d’animo e singole scene come ciliegie da un albero. Istantanee che nascondono storie. Immagini che si trasformano in racconto.

callo scrittoreIl fatto è che ho sempre avuto una propensione innata a non lasciarmi scorrere la vita addosso con troppa leggerezza. Ho sempre cercato di afferrarla, accidenti, e di fermarla per qualche istante, almeno sulla carta. Giusto il tempo di pensarci un po’ su, di riassaporarne le dolcezze e di provare a digerirne le amarezze.

L’oblio dell’esistenza mi ha sempre spaventato e per questo ho iniziato a tenere un diario fin da piccolissima e, a fasi alterne della mia vita, ho sempre continuato.

In una vecchia scatola custodisco, ancora oggi, agende su agende. Quelle che regalavano a mio padre a lavoro, ogni Natale, e lui portava a casa. Non sapeva che farsene, ma per me erano preziose, anche perché il computer era di là da venire (mio padre lo portò a casa quando facevo le medie, all’inizio degli anni Novanta e svenni dalla felicità dinanzi al WordStar!).

Poi, per una ragione intima, nel mettere insieme e ricostruire il senso di “pezzi” della mia vita, ho sempre preferito scrivere a mano. L’inchiostro che riempie il vuoto della pagina, seguendo la non linearità della grafia, mi dà una sensazione di autenticità del pensiero che trova la sua compiutezza nel farsi segno unico e personale, anziché freddo carattere times new roman. Una sensazione che è pura poesia.

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