CONSIGLI DI SCRITTURA/1 – Il decalogo del maestro del racconto e dell’accuratezza delle parole

La questione è antica: si può insegnare a scrivere? Scrivere letterariamente, s’intende.

Personalmente trovo sempre interessanti i consigli di scrittura forniti, più o meno esplicitamente, dai grandi scrittori. Non perché qualcuno abbia una ricetta magica o perché seguire i loro suggerimenti possa trasformare chicchessia in un vero scrittore, ma perché quasi sempre sono spunti di riflessione anzitutto sul “senso” dello scrivere (che ha un’indubbia universalità, malgrado le differenze di sensibilità e/o esperienza di vita) e poi perché mi piace comprendere il “mondo” degli autori a cui dobbiamo opere che avremmo voluto scrivere noi 🙂

Comincio dai consigli di scrittura di RAYMOND CARVER (1938-1988), che è stato considerato il miglior scrittore di racconti della sua generazione, erede di Ernest Hamingway e John Cheever. I consigli sono tratti da “Il mestiere di scrivere”, una raccolta di saggi, note e articoli che hanno come tema la letteratura e il suo insegnamento, curata dal biografo americano William L. Stull e dal traduttore italiano Riccardo Duranti.

Inutile dire che gli americani sono convinti della “insegnabilità” della scrittura, ma d’altro canto la loro cultura pragmatica li rende assertori della “insegnabilità” di tutto, secondo la logica dell’how-to-do che hanno diffuso a livello planetario, insieme al Creative Writing che, nelle loro università, ha visto e vede impegnati anche scrittori di grande fama.

Per me è scontato dire che il talento letterario non si può insegnare, ciò non toglie che si può insegnare una certa “tecnica”. Qualsiasi talento va affinato, difficilmente si può prescindere da un approfondito lavoro, dallo studio, dalla costante applicazione e, sicuramente, dalla lettura. Non esiste palestra migliore che leggere, leggere tanto e fare tesoro, per migliorare la propria scrittura.

Ecco, ad esempio, per Raymond Carver è stato fondamentale frequentare il corso di scrittura creativa di John Gardner, che divenne suo maestro e mentore, come lui stesso racconta.

Era un maestro splendido. Era una gran cosa che mi era capitata in quel periodo della mia vita, avere qualcuno che mi prendesse abbastanza sul serio da sedersi ed esaminare un manoscritto insieme a me. Sapeva che qualcosa di cruciale mi stava accadendo, qualcosa d’importante. Mi aiutò a capire quanto fosse importante dire esattamente quel che volevo dire e niente di più […] Mi mostrò come dire ciò che volevo dire e a usare il minimo numero di parole per farlo. Mi fece capire che tutto, assolutamente tutto, ha importanza in un racconto. E’ importante sapere dove mettere le virgole e i punti. Per questo, per quello, perché mi diede la chiave del suo ufficio in modo che potessi avere un posto per scrivere nei fine settimana, per aver sopportato la mia sfacciataggine e la mia generale mancanza di senso, gli sarò sempre grato.

Ebbene sì, avere un posto dove poter scrivere, e qualche ora di tempo per farlo, fu cruciale per Carver, impossibilitato a ritagliare momenti liberi per sé, per via della dura realtà di una famiglia messa su molto presto e sempre sul lastrico. Ammetto che di lui mi ha sempre colpito anche quest’aspetto umano, umanissimo, di self-made-man che è riuscito a coronare il suo sogno, malgrado le tante difficoltà. Basti questo:

In quei giorni facevo sempre lavori di merda, e mia moglie anche. […] Io ho lavorato in segheria, ho fatto l’uomo delle pulizie, il fattorino, ho lavorato in una stazione di servizio, ho fatto il garzone in un magazzino: ditene un altro, l’ho fatto. […] In quei giorni immaginavo che, se fossi riuscito a ritagliarmi un’ora o due al giorno solo per me, dopo il lavoro e la famiglia, sarebbe stato anche più che abbastanza. Il paradiso. Ed ero contento di avere quell’ora. A volte, però, per una ragione o per l’altra, non riuscivo a prendermela. E allora confidavo nel sabato, benché a volte succedessero cose che mandavano a monte anche il sabato. Ma c’era ancora la domenica in cui sperare. Domenica, forse. […] Continuai a scrivere anche dopo che il «buon senso» e «i freddi fatti» – la «dura realtà» della mia vita – mi avevano consigliato ripetutamente che avrei fatto meglio a lasciar perdere, a smetterla di sognare, a rassegnarmi e a tirare avanti facendo qualcos’altro.

Jay McInerney, che è stato allievo di Carver, riassume così il suo insegnamento: “Qualunque sia l’oscuro mistero nascosto nel cuore del processo dello scrivere, Ray insisteva soltanto su un unico segreto del mestiere: bisogna sopravvivere, trovare un posto tranquillo e lavorare sodo tutti i giorni”. Credo che sia un consiglio molto, molto pratico e concreto.

Carver_consigli scrittura

Ecco un decalogo, che ho liberamente tratto da “Il mestiere di scrivere”, edito da Einaudi:

  1. ACCURATEZZA D’ESPRESSIONE. Un giorno o l’altro metterò questa frase su una scheda sei-per-dodici e l’attaccherò sulla parete vicino alla mia scrivania: «Una fondamentale accuratezza d’espressione è il solo e unico principio morale della scrittura». Ezra Pound. Non che questo basti, per carità, ma se uno scrittore ha la fortuna di possedere «una fondamentale accuratezza d’espressione», be’, perlomeno è sulla strada giusta.
  2. PAROLE GIUSTE. In definitiva, le parole sono tutto quello che abbiamo, perciò è meglio che siano quelle giuste, con la punteggiatura nei posti giusti in modo che possano dire quello che devono dire nel modo migliore. Se le parole sono appesantite dall’emozione incontrollata dello scrittore, o se sono imprecise e inaccurate per qualche altro motivo – se sono, insomma, in qualche maniera sfocate – fatalmente gli occhi del lettore scivoleranno sopra di esse e non si sarà ottenuto un bel niente.
  3. OCCHIO ALLA PUNTEGGIATURA. John Gardner (teneva un corso di scrittura per principianti al Chico State College, a cui Carver si iscrisse nell’autunno del 1958) mi mostrò come dire ciò che volevo dire e a usare il minimo numero di parole per farlo. Mi fece capire che tutto, assolutamente tutto, ha importanza in un racconto. E’ importante sapere dove mettere le virgole e i punti.
  4. CAPACITA’ DI STUPIRSI. Gli scrittori non hanno bisogno di ricorrere a trucchetti e trovatine né sta scritto che essi debbano sempre essere i più in gamba di tutti. A costo di sembrare sciocco, uno scrittore a volte deve essere capace di rimanere a bocca aperta davanti a qualcosa, qualsiasi cosa – un tramonto o una scarpa vecchia – colpito da uno stupore semplicemente assoluto.
  5. SPERIMENTARE, MA SENZA ECCESSO. I veri sperimentatori devono rendere tutto nuovo, come consigliava Pound, e in questo processo devono scoprire le cose da soli. Ma, a meno che non siano usciti di senno, devono anche voler rimanere in contatto con noi, devono portare a noi notizie dal loro mondo.
  6. CHI BEN COMINCIA. L’inizio è importantissimo: un racconto può ricevere o una benedizione o una maledizione dalle sue battute d’inizio.
  7. LA STORIA E’ QUELLA CHE CONTA. La trama, una linea narrativa, è molto importante. Sia che scriva poesia oppure prosa, cerco sempre di raccontare una storia.
  8. GIUSTA TENSIONE. Mi piace quando nei racconti c’è un senso di minaccia. Credo che un po’ di minaccia sia una cosa che sta bene, in un racconto. Tanto per cominciare, fa bene alla circolazione. Ci deve essere della tensione, il senso che qualcosa sta per accadere, che certe cose si sono messe in moto e non si possono fermare, altrimenti, il più delle volte, la storia semplicemente non ci sarà. Quello che crea tensione in un racconto è, in parte, il modo in cui le parole vengono concretamente collegate per formare l’azione visibile della storia. Ma creano tensione anche le cose che vengono lasciate fuori, che sono implicite.
  9. REVISIONARE CON CURA. Mi piace pasticciare con i miei racconti. Preferisco armeggiare attorno a un racconto dopo averlo scritto e poi armeggiarci di nuovo in seguito, cambiando una cosa qui e una cosa lì, piuttosto che scriverlo la prima volta. La stesura iniziale mi sembra la parte difficile da superare per poi andare avanti e divertirmi con il racconto. La revisione per me non è un obbligo sgradito – anzi, è una cosa che mi piace fare.
  10. LA VITA, SEMPRE LA VITA. Se siamo fortunati, tanto come scrittori che come lettori, finiremo l’ultimo paio di righe di un racconto e resteremo poi seduti un momento o due in silenzio. Idealmente, ci metteremo a riflettere su quello che abbiamo appena scritto o letto; magari i nostri cuori e i nostri intelletti avranno fatto un passo o due in avanti rispetto a dove eravamo prima. La temperatura del nostro corpo sarà salita, o scesa, di un grado. Poi, dopo aver ripreso a respirare normalmente, ci ricomporremo, tanto come scrittori che come lettori, ci alzeremo e, «creature di sangue caldo e nervi», come dice un personaggio di Cechov, passeremo alla nostra prossima occupazione: la Vita. Sempre la vita.
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