CONSIGLI DI SCRITTURA/10 – Come esprimere l’io e il nostro modo di essere al mondo

Di Zadie Smith ho letto finora solo il fortunato libro d’esordio, “Denti bianchi”, alcuni anni orsono. Ricordo che mi conquistò lo stile, comico a tratti grottesco, con cui descriveva lo scontro culturale e generazionale in diverse famiglie tutte di etnia mista, sullo sfondo della celebrata Londra multiculturale. Difficile non pensare a un certo autobiografismo, considerato che la scrittrice che è oggi una delle voci più importanti della letteratura inglese, è nata a Brent – quartiere londinese multiculturale, abitato per lo più dalla classe operaia – da padre inglese e madre giamaicana.

D’altro canto è lei stessa a sostenere in “Perché scrivere” (Minimum Fax) che, quando legge un romanzo, si aspetta di trovare “la verità di una persona, nella misura in cui può essere restituita mediante il linguaggio” e che, per chi scrive, “l’unico dovere è quello di esprimere con precisione il proprio modo di essere nel mondo”.

“Perché scrivere” – edito nella collana Filigrana che pubblica le riflessioni dei grandi narratori sul mestiere di scrivere – raccoglie in realtà il testo di una conferenza tenuta da Zadie Smith a Firenze in occasione di un premio e l’articolo “Il fallimento riuscito” pubblicato sul Guardian.

Il risultato è un libricino che si legge tutto d’un fiato e propone un agile e interessante vademecum sui motivi ispiratori della scrittura ma anche sulla lettura.

Infatti per l’autrice inglese anche il lettore deve avere talento:

Il romanzo è una strada a due sensi dove la fatica che si richiede a entrambe le parti alla fine risulta uguale. Leggere, se lo si fa come si deve, è difficile tanto quanto scrivere. 

La stessa perizia che occorre per scrivere una cosa è richiesta per leggerla. I lettori tradiscono gli scrittori con la stessa frequenza con cui gli scrittori tradiscono i lettori.

 Perché scrivere

Quanto alle “ragioni” della scrittura e del fascino che ancora esercita su tante persone, Zadie Smith ha le idee molto chiare:

Perché scrivere? Per esprimere la realtà delle capacità umane. Senza le quali non ci può essere arte né politica. Il nostro attuale modo di vivere è congegnato in maniera tale da incoraggiarci a credere che le nostre uniche capacità valide siano quelle che ci mettono in grado di acquistare merci. Tutto il resto è «subappaltato», delegato ad altri.

Il motivo per cui così tante persone hanno ancora voglia di dire «SONO UNO SCRITTORE!» è che è uno dei pochi ruoli simbolici rimasti nella nostra cultura che sembra offrire alla gente ciò che la cultura nel suo insieme offre in teoria ma annichilisce nella pratica: l’autodeterminazione e l’espressione di sé.

Come mia abitudine, ho liberamente sintetizzato le riflessioni più interessanti del libro in un breve vademecum di consigli per la scrittura:

  1. CARTA GEOGRAFICA DELLE DELUSIONI. Potrebbe essere una buona guida al paese dove abitano gli scrittori, un paese che immagino quasi tutto spiagge, con tanti scrittori speranzosi in piedi sulla battigia mentre i loro romanzi perfetti si ammucchiano sulla sponda opposta, irraggiungibili. Dalla costa sporgono centinaia di moli. La maggior parte degli scrittori, quasi sempre, finisce in acqua. Perché finiscano in acqua interessa poco ai critici e ai lettori: loro possono giudicare soltanto il romanzo fradicio che hanno davanti. Ma per chi i romanzi li scrive, ciò che serve per percorrere il molo e arrivare dall’altra parte è questione, come minimo, di una certa importanza.
  2. QUESTIONE DI PERSONALITÀ. Per uno scrittore, scrivere bene non è soltanto questione di abilità, ma di personalità. In pressoché tutti i campi dell’attività umana non esitiamo a stabilire nessi fra personalità e capacità. Ma perché quando parliamo di libri non ci pensiamo mai? Ci ripugna l’idea che scrivere prosa possa essere, fra l’altro, anche questione di personalità. Invece le nostre invenzioni non sono scollegate dal nostro io.
  3. UN MODO DI STARE AL MONDO. La personalità di uno scrittore è la sua maniera di essere nel mondo: il suo stile di scrittura è la traccia inevitabile di quella maniera. Lo stile è il modo in cui ciascuno scrittore dice la verità. Con questo metro, il successo o il fallimento letterario dipende non soltanto dalla raffinatezza delle parole scritte su una pagina, ma dalla raffinatezza di una coscienza: ciò che Aristotele chiamava l’educazione dei sentimenti.
  4. PALESARE IL PROPRIO IO. Scrivere è sempre il tentativo di palesare questo io sfuggente, dai mille volti: eppure la sua rivelazione totale è chimerica. È impossibile trasmettere tutta la verità di tutta la nostra esperienza. Quando scriviamo abbiamo l’idea di una rivelazione totale della verità, ma non possiamo realizzarla. Ecco il punto da cui ogni scrittore parte per giungere al suo personalissimo compromesso con l’io, che è sempre un compromesso con la verità nella misura in cui l’io può conoscerla.
  5. LA VERITA’ DEL ROMANZO. È ciò che non puoi evitare di dire se scrivi bene. È la filigrana dell’io che traspare da tutto ciò che fai. È la lingua come rivelazione di una coscienza. Chiedere a uno scrittore di non pensare alle frasi è come dire a un costruttore di non preoccuparsi della qualità dei mattoni.
  6. UN TENTATIVO, NON UNA RIUSCITA. La letteratura che amiamo è fatta dei frammenti scheggiati di un tentativo, non del monumento alla riuscita. L’arte sta nel tentativo, e questo capire ciò che sta fuori di noi usando soltanto ciò che abbiamo dentro è fra i lavori intellettuali ed emotivi più duri che mai capiterà di fare. È dovere dello scrittore. È anche dovere del lettore.
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