CONSIGLI DI SCRITTURA/2 – Tutti i segreti “zen” dell’arte di correre e di scrivere (e di vivere)

Scrivere è come una maratona per il celebre autore, saggista e traduttore nipponico Haruki Murakami. Anche perché la sua scrittura soggiace a una motivazione che, in sostanza, non differisce dalla ragione che lo ha spinto a cimentarsi in decine di maratone, e anche in competizioni di triathlon, in giro per il mondo: uno stimolo interiore silenzioso e preciso, che non cerca conferma in un giudizio esterno.

“L’arte di correre” edito da Einaudi – mette le mani avanti Murakami nelle prime pagine, in cui confessa un leggero imbarazzo – “non è un manuale di igiene fisico-mentale, ma un testo sulla corsa a piedi”. Ovviamente è molto di più. E’ una riflessione sulla vita, non solo sul binomio scrittura-corsa che è fondamentale nella sua esistenza.

Diciamoci la verità: che si tratti della scrittura oppure di qualsiasi altra attività in cui si voglia davvero esprimere il proprio talento, quello che è fondamentale è impegnarsi con metodo, costanza e dedizione, avendo ben presente che:

Non importa se otteniamo dei risultati o meno, se facciamo bella figura o no, in fin dei conti l’essenziale è qualcosa che non si vede, ma si percepisce nel cuore.

La gara, se così si può definire, è con se stessi e con i traguardi che ci si è posti:

Se un corridore deve per forza individuare un avversario da battere, lo cerchi nel se stesso del giorno prima.

L'arte di correreMi ha colpito molto la cristallina e condivisibile saggezza zen (mi si passi il termine!) di Haruki Murakami e anche la sua storia personale e il modo in cui la racconta. Mi ha fatto sorridere, ad esempio, la precisione con cui individua il momento esatto in cui decise, lui che fino a quel momento aveva gestito un bar a Tokio con un discreto successo, che avrebbe iniziato a scrivere: era il 10 aprile 1978, verso l’una e mezzo del pomeriggio, mentre era seduto su una gradinata dello stadio di Jingù a guardare una partita di baseball.

A quanto pare, fortunato lui, “dal cielo scese in silenzio qualcosa” e lui lo prese. Sic et simpliciter.

Ora, poiché Jingù è troppo lontana per poter provare a sedersi sugli spalti e sperare che anche a noi piova dal cielo la sua fantastica ispirazione, direi che è più utile leggere questo suo gradevole saggio, scritto nell’arco di tre anni tra una maratona e l’altra, un libro e l’altro. E’ davvero ricco di considerazioni interessanti e di consigli esistenziali.

Basti pensare che il suo personale mantra è essenzialmente questo:

Decisamente in linea con la cultura giapponese, direte, ma Murakami non è rimasto tranquillo a casa sua tra i ciliegi. E’ un uomo pieno di interessi, che ha vissuto molto all’estero, negli Usa e anche in Italia. E tra i suoi mentori annovera proprio il maestro del racconto breve, Raymond Carver, dei cui consigli di scrittura ho già parlato in questo post.

Non a caso il titolo giapponese di questo libro è diverso da quello italiano ed è “Di cosa parlo quando parlo di amore”, che riprende volutamente il titolo di una celebre raccolta di racconti del suo “insegnante più prezioso e anche migliore amico letterario”.

Ecco dunque il decalogo che ho liberamente tratto dal libro di Murakami:

  1. STABILIRE LE PRIORITA’. Una volta usciti dalla prima giovinezza, nella vita è necessario stabilire delle priorità. Una sorta di graduatoria che permetta di distribuire al meglio tempo ed energia. Io privilegiavo il bisogno di condurre una vita tranquilla in cui potermi concentrare nella scrittura.
  2. GUARDARE AGLI OBIETTIVI. Basta che copra in silenzio il numero di chilometri che mi sono prefisso, mettendoci le ore necessarie. Quando scrivo un romanzo è fondamentalmente la stessa cosa. Anche se sento che potrei continuare, a un certo punto poso la penna. Così mi sarà più facile mettermi al lavoro il giorno seguente.
  3. NON SPEZZARE IL RITMO. L’importante è la continuità. Se si riesce a mantenere un ritmo costante, qualche risultato bene o male lo si ottiene. Nel caso di un’opera molto lunga è fondamentale.
  4. CONOSCERE IL PROPRIO CARATTERE (SOLITARIO). Non sono una persona portata per le attività di gruppo. In qualsiasi circostanza, anche negli sport, battere un avversario è l’ultima delle mie preoccupazioni. La stessa cosa si può dire che accada nella professione di scrittore. In questo lavoro – per quanto mi riguarda – non c’è vittoria o sconfitta. Quello che conta è che l’opera compiuta corrisponda ai criteri che lo scrittore stesso ha stabilito e in questa valutazione non gli sarà facile barare.
  5. MA NON FARSI CORRODERE DALLA SOLITUDINE. Il senso di solitudine, come un acido fuoriuscito da una bottiglia, può corrodere e annientare lo spirito di un individuo senza che questi se ne accorga. La solitudine protegge lo spirito e al tempo stesso dall’interno continua senza sosta a ferirlo. Ho mandato giù le cose che si possono ingoiare in silenzio e mi sono sforzato di riversarle in quel contenitore che è la letteratura.
  6. CONTEMPLARE IL PAESAGGIO INTERIORE ED ESTERIORE. Il desiderio di solitudine è sempre esistito dentro di me. Quindi correre un’ora al giorno, e garantirmi un intervallo di silenzio tutto mio, è indispensabile alla mia salute mentale. Basta che contempli il paesaggio, sia quello esterno che quello mio interiore.
  7. VIVA LA DIFFERENZA. Una persona riesce a costruire la propria personalità e a preservare la propria autonomia proprio perché è differente. Se riesco a scrivere dei libri è perché in un paesaggio vedo cose diverse da quelle che vede un altro, sento cose diverse e scegliendo parole diverse riesco a costruire storie che hanno una loro originalità.
  8. CI VUOLE TALENTO. La qualità più importante per uno scrittore è il talento. Se uno non ha il minimo talento letterario non scriverà mai nulla di valido. Questa è una condizione preliminare. Ma il talento se ne frega delle nostre intenzioni.
  9. MA ANCHE CONCENTRAZIONE E PERSEVERANZA. E’ la facoltà intellettuale di riversare tutto il talento di cui siamo dotati, intensificandolo, su un unico obiettivo. Usando in maniera efficace l’energia mentale, in una certa misura si compensa un talento carente. Occorre a uno scrittore la capacità di continuare a concentrarsi giorno dopo giorno, per mesi o anni di fila. Per fortuna concentrazione e perseveranza, al contrario del talento, si possono acquisire e coltivare.
  10. E SEMPRE DURO LAVORO. Gli autori benedetti da un talento innato riescono a scrivere con facilità. Io se non scavo in profondità, piccone alla mano, non arrivo alla sorgente della creazione letteraria. Scrivere un romanzo a me richiede molta energia fisica, molto tempo e molta cura. E quando sento che una vena si sta prosciugando riesco a spostarmi a un’altra. Mentre le persone che si sono affidate solo al loro talento naturale è possibile che non ci riescano con tanta facilità.

Queste, in sintesi, le motivazioni che ancora oggi spingono l’ormai ultrasessantenne Murakami a sottoporsi a quest’intensa attività fisica che assume il valore di una vera e propria strategia di sopravvivenza. Perché, per lui, scrivere è un’attività pericolosa, una perenne lotta con i lati oscuri del proprio essere ed è indispensabile eliminare le tossine che si determinano durante la scrittura. Un vero e proprio elisir di feconda scrittura e di lunga vita.

Se mai ci sarà un epitaffio sulla mia tomba, e se posso sceglierlo io, vorrei che venissero scolpite queste parole: Murakami Haruki Scrittore (e maratoneta) 1949-20**

Se non altro, fino alla fine non ha camminato.

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