CONSIGLI DI SCRITTURA/3 – Il decalogo per i giovani romanzieri (e molto onesto incoraggiamento)

Dopo i consigli di scrittura di Haruki Murakami, che si considerava allievo di Raymond Carver, mi fa piacere “chiudere il cerchio” con il maestro americano del racconto, proponendo gli insegnamenti del suo mentore, John Gardner. Sono raccolti nel volume “Il mestiere dello scrittore”, edito da Marietti, ovviamente con prefazione del suo studente più famoso.

Raymond Carver non fa mistero, infatti, dell’importanza che ebbe per lui seguire il corso di scrittura creativa che John Gardner teneva al Chico State College in California. Foss’altro perché lo scrittore gli diede ben presto le chiavi del suo ufficio, in modo che avesse un posto tranquillo dove potersi dedicare al sogno della sua vita.

Da lui Carver imparò l’arte fondamentale della revisione costante e l’attenzione maniacale per le parole e la punteggiatura.

Avevamo l’abitudine di parlare delle virgole nel racconto come se nient’altro al mondo avesse maggior importanza — e in effetti non ce l’aveva.

Il mestiere dello scrittoreE’ toccante il passaggio in cui evidenzia che John Gardner era “pieno di buon senso, di magnanimità, e di una serie di valori che non possono essere messi in discussione. […] Secondo la sua esperienza — e secondo la mia, nel mio ruolo d’insegnante di creative writing — certi aspetti dello scrivere possono essere insegnati e trasmessi ad altri scrittori, di norma più giovani. […] Un giovane scrittore ha certamente bisogno di altrettanto, direi perfino di maggiore, incoraggiamento dei giovani che cercano di intraprendere altre professioni. E dovrebbe darsi per scontato che si tratti sempre di incoraggiamento onesto e mai di adulazione”.

E’ proprio quest’incoraggiamento onesto, insieme a molto buon senso, che pervade i consigli di John Gardner ai giovani aspiranti scrittori ma, si badi bene, non quelli che desiderano essere pubblicati a ogni costo, ma “coloro i quali desiderano la pubblicazione di un’opera di cui essere fieri — una narrativa seria, onesta, quel genere di romanzo che i lettori troveranno piacevole leggere e rileggere, il genere di narrativa che probabilmente rimarrà”.

Dai suoi insegnamenti ho dunque liberamente tratto questo decalogo:

  1. SENSIBILITA’ VERBALE. E’ un fatto che un tratto caratteristico dello scrittore nato sia il dono di trovare o, in alcuni casi, di creare, una lingua veramente interessante. Lo scrittore che ha sensibilità linguistica trova le proprie metafore, non semplicemente perché gli hanno insegnato ad evitare i clichés, ma perché si diverte a trovare un’immagine vivida e precisa alla quale nessuno, che lui sappia, ha mai pensato prima.
  2. ABILITA’ VISIVA. Leggendo le prime righe di un romanzo davvero buono, cominciamo a dimenticare di stare leggendo delle parole stampate sulla carta; iniziamo a vedere delle immagini e scivoliamo dentro un sogno, dimenticando la stanza nella quale ci troviamo, dimenticando che è ora di mangiare o di andare a lavorare.
  3. LINGUA AL SERVIZIO DELLA STORIA. È vero che uno dei piaceri offerti dai libri di qualità consiste nella capacità dell’autore di adoperare bene la lingua, ma non bisogna trascurare altri elementi della narrazione (personaggi, azione, ambientazione, atmosfera). Nell’opera di Shakespeare, una lingua geniale è in ultima analisi funzionale al personaggio e all’azione.
  4. NO ALLE MASCHERE LINGUISTICHE. Tutti noi indossiamo delle maschere linguistiche (serie di abitudini verbali) con le quali affrontare il mondo, clichés logori e abusati, ma questo linguaggio è sintomatico di uno sfondo psicologico che conduce all’atrofia.
  5. LA PRATICA E’ FONDAMENTALE. Se lo scrittore promettente continua a scrivere — giorno dopo giorno, mese dopo mese — e se legge con molta attenzione, incomincerà a impratichirsi. La pratica è importante nell’arte quanto nell’atletica. Ogni parola, ogni frase, da quella sacra a quella scientifica, fino all’oscena, possiede il proprio campo d’azione, all’interno del quale agisce efficacemente, senza difficoltà e senza far torto a nessuno.
  6. OCCHIO PRECISO E ORIGINALE. Un altro segnale del talento del giovane scrittore è l’adeguata precisione e originalità del suo occhio. Il buon scrittore vede le cose in modo netto, vivido, preciso e selettivo.
  7. OSSERVARE LA REALTA’, NON LA TV. Gran parte del dialogo in cui ci si imbatte nella narrativa degli studenti, così come l’intreccio, la mimica, perfino l’ambientazione, non proviene dalla vita, ma dalla vita filtrata attraverso la TV. Molti studenti sembrano incapaci di raccontare le loro storie personali più importanti — la morte di un padre, la prima delusione amorosa — se non nelle forme e con le formule della TV. Ma la TV non è la vita, e il giovane romanziere che non è riuscito a notare la differenza si trova nei guai, a meno che il suo ultimo obiettivo non sia di scrivere per la TV. Invece Il romanziere acuisce il proprio sguardo, talvolta ai limiti del paranormale, per ciò che riguarda gli umani sentimenti e comportamenti, gusti e ambienti, gioie e dolori.
  8. OSSERVAZIONE INTROSPETTIVA. La precisione dell’occhio dello scrittore è in parte una questione di carattere. Per certi romanzieri, come per la maggior parte dei poeti e per molti scrittori di racconti, l’essenziale precisione che la loro arte richiede ha a che fare con la comprensione di se stessi. Romanzieri di questo genere — Beckett, Proust e diversi autori che prediligono la narrazione in prima persona — si specializzano nella visione personale.
  9. OSSERVAZIONE DEL MONDO. Per un altro genere di romanziere, penso che la precisione che viene richiesta sia di un ordine più alto, infinitamente più difficile da raggiungere. È questo il caso del romanziere che deve imparare ad uscire da se stesso, a vedere e sentire le cose da ogni punto di vista, umano e disumano. Ciò che più ci sorprende nel lavoro di questa superiore categoria di romanzieri — Tolstoj, Dostoevskij, Mann, Faulkner — è il dono che ha lo scrittore di rendere le osservazioni e i sentimenti precisi di un’ampia varietà di personaggi.
  10. GENEROSITA’ E OSSESSIONE. Nei riguardi del lettore, lo scrittore è generoso, poiché, nonostante la sua padronanza della tecnica, introduce solo le tecniche utili alla storia: è il servitore della storia, non un paggio al quale la storia serve come pretesto per esibirsi in sfoggi di oratoria. Riguardo a se stesso, lo scrittore deve possedere una certa “imposizione ossessiva”, sottoponendosi a un lavoro duro, nella consapevolezza che il romanziere è lo scrittore che fa l’investimento più grosso, più a lungo termine, un investimento che può rendere come non rendere. Il vero aspirante romanziere ha la resistenza, la pazienza e la fermezza di un cavallo da tiro.

La considerazione finale di Gardner è davvero favolosa:

Scrivere romanzi non è tanto una professione quanto uno yoga, una «via», un’alternativa alla normale vita-nel-mondo. I suoi vantaggi sono semi-religiosi — un mutamento della natura del cuore e del cervello, soddisfazioni che nessuno che non sia romanziere può comprendere — e i suoi rigori non portano che guadagni allo spirito. Per coloro che sono veramente votati alla professione, i guadagni spirituali sono sufficienti.

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