CONSIGLI DI SCRITTURA/5 Sei esercizi pratici per un giovane scrittore tra letteratura e cinema, radio e teatro

Dopo i “segreti del mestiere” di John Gardner e Raymond Carver, la visione “podistico-zen” di Haruki Murakami con la sua “arte di correre”, il “sogno di scrivere” di Roberto Cotroneo, mi piace soffermarmi sull’approccio molto concreto di Vincenzo Cerami che, con i suoi “Consigli a un giovane scrittore” edito da Garzanti, ci dischiude le porte della sua favolosa fucina di narratore poliedrico.

Solo il caso – dice infatti raccontando di sé con molta modestia – ha voluto che nella sua vita non abbia fatto altro che scrivere, inventare storie con tutti i linguaggi possibili.

Non mi chiedo né perché né cosa scrivo. Tante volte spero che «scrivere» sia la risposta a tutte le domande. Qual è la mia poetica? Scrivere.

Partendo quindi dal presupposto che molti linguaggi creativi hanno come dato comune la narrazione, Vincenzo Cerami confronta tra loro le principali scritture – letteratura, cinema, radio, teatro e anche la comicità – precisando peculiarità, analogie e differenze.

Consigli a un giovane scrittoreLo fa dal “di dentro” avvalendosi della sua grande esperienza di scrittore, drammaturgo, sceneggiatore e perfino gag-man e quindi con l’approccio pratico di un maestro che spiega al giovane di bottega trucchi e segreti del mestiere di raccontare. Basti ricordare che, nella sua lunga e straordinaria carriera, Vincenzo Cerami ha lavorato con Pasolini (che fu suo insegnante di lettere a scuola!), Amelio, Bellocchio, Bertolucci, Cittì, Benigni e Piovani.

Ecco perché dissemina la sua opera non solo di spiegazioni molto interessanti sulle logiche e le tecniche di funzionamento dei principali mezzi artistici, ma anche di veri e propri esercizi per “allenarsi” a conoscere a fondo il mezzo espressivo che si intende usare.

Anche se, alla fine, Cerami confessa che la sua speranza segreta è che un giovane, una volta letto il libro e imparate una serie di cose, dimentichi tutto e cominci a scrivere andandosene con disinvoltura per la tangente perché in fondo:

Le regole, in arte, vengono in un secondo momento, si scoprono dopo averle applicate.

Ecco di seguito i sei “esercizi” per il giovane scrittore che ho liberamente tratto dal libro di Vincenzo Cerami:

  1. COMINCIARE SUBITO A SMUOVERE LA FANTASIA, A FARLA VIVERE, AD ALLENARSI A PENSARE. L’immaginazione prefigura e per questo è un’attività intellettuale, perché si interroga su tutto e mira al futuro. Immaginare ciò che non esiste è immaginare qualcosa che potrebbe accadere. Raccontare 
è in qualche modo porre domande difficili al mondo, questioni che tuttavia non aspettano una risposta.
  2. SVILUPPARE LA CAPACITÀ EVOCATIVA E CURARE IL LINGUAGGIO. Evocare è la chiave di ogni linguaggio artistico.
 Evocare vuol dire restituire la parvenza di verità della nostra fantasia all’interno di un preciso linguaggio, cioè di peculiari convenzioni. L’evocazione è il passaggio dalla “pluridimensionalità” della realtà immaginata nello spazio mentale alla tridimensionalità del teatro, alla bidimensionalità del cinema o del fumetto, alla unidimensionalità della letteratura o della radiofonia. Un linguaggio, se vuole mantenere intatte tutte le potenzialità artistiche, deve salvaguardare le sue capacità evocative. La sceneggiatura è un linguaggio di mediazione finalizzato al linguaggio visivo; la letteratura è un linguaggio autonomo, che contiene in sé le convenzioni per una totale evocazione. Tanta povertà di mezzi rende quest’arte più ricca, più sofisticata. Il lettore, rispetto al pubblico della sala, immagina di più.
  3. USCIRE DA SE STESSI. E’ necessario allenarsi ad assumere i panni di personaggi diversissimi e lontanissimi da sé. Solo in questo modo si potrà trovare un lessico e una lingua per ogni personaggio. Altrimenti, come spesso succede, si utilizza una sola lingua, la propria e la si mette in bocca a uomini, donne e bambini, indistintamente.
  4. SCRIVERE IN TERZA PERSONA. Il giovane scrittore non deve «adagiarsi» sulla propria lingua, sulle proprie esperienze, perché oltre tutto rischia lo scarso controllo della drammaturgia, calato com’è in un racconto che spinge fatalmente a una struttura narrativa
di tipo cronologico: m’è successo questo, poi m’è successo quest’altro e quest’altro ancora.
 Per creare un minimo di distanza con i personaggi deve esercitarsi a lungo a scrivere in terza persona. L’atteggiamento distaccato che pretende la terza persona è assolutamente necessario se ci si dedica alla elaborazione di radiodrammi, al cinema o
al teatro: lo scrittore è costretto a «identificarsi» con personaggi diversi tra loro e in forte conflitto, ognuno con il proprio lessico, il proprio mondo culturale, il proprio passato (background).
  5. SAPER COGLIERE LA MACCHINA NARRATIVA. E’ un esercizio che abitua a leggere libri e film con occhi diversi, da falegname della scrittura. Si scopre così che dietro al succedersi dei capitoli e delle scene è sempre nascosta una macchina narrativa più o meno sofisticata. Ad esempio ci accorgiamo che un colpo di scena, cioè il ribaltamento repentino di una vicenda, si può ottenere passando bruscamente alla terza persona pura in un racconto che fino a quel punto si presentava in libero indiretto [NB: la cosiddetta “finta terza persona” è un’ulteriore possibilità di punto di vista, oltre alla prima e alla terza persona, che si ha quando lo scrittore fa sua la lingua del personaggio principale e la utilizza per rappresentare la realtà cosi come lui la vede]. Lo scrittore, infatti, non abbandonando mai il protagonista, ha fatto credere (a quest’ultimo e al lettore) che quanto fin li accaduto è la realtà delle cose. D’improvviso egli, staccandosi dal protagonista e andando a «vedere» obiettivamente la verità dei fatti, rivela un’altra realtà, del tutto inaspettata, quella autentica. SUGGERIMENTO: vedere il film di Hitchcock “Vertigo” (La donna che visse due volte), ispirato al romanzo di Pierre Boileau e Thomas Narcejac.
  6. IMPARARE AD ORGANIZZARE LA DRAMMATURGIA. Schematicamente i quattro punti cardine di ogni drammaturgia sono:
 a) impostazione del conflitto; 
b) lotta tra gli elementi in conflitto; 
c) crisi del conflitto (eventuale colpo di scena o risvolto della storia)
; d) risoluzione del conflitto.
 E’ evidente che la conflittualità non è necessariamente drammatica e non si svolge necessariamente tra due o più personaggi. Molte bellissime storie raccontano, per esempio, il conflitto tra un personaggio e il mondo che lo circonda. In ogni caso i racconti sono viaggi dentro un conflitto. E alla fine del viaggio nulla è più come prima. In questa prospettiva l’apprendista scrittore può divertirsi a ripensare ai romanzi letti e ai film visti, con spirito artigianale, come il falegname che cerca di capire quale colla ha usato un collega. Si accorgerà che tutti i racconti, certamente con andatura e modalità diversissime, e mille varianti, seguono questa traccia sotterranea. SUGGERIMENTO: leggere il racconto bellissimo di Tolstoj “La morte di Ivan Il’ic”, un esercizio utile per comprovare che dietro una bella storia c’è sempre un sapientissimo lavoro di costruzione (e anche per vedere un esempio perfetto di flashback).
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