CONSIGLI DI SCRITTURA/7 I suggerimenti di Andrea Camilleri e Tullio De Mauro per un buon uso della lingua

Può sembrare un’ovvietà, ma chi scrive non può prescindere da una conoscenza adeguata e approfondita della lingua. Il migliore uso che uno scrittore riesce a farne è poi il frutto del suo talento, magari il suo tratto distintivo o “marchio di fabbrica”, com’è per quegli autori che si caratterizzano proprio per una lingua particolarmente originale.

In realtà però, alla base dell’efficacia e originalità linguistica di uno scrittore, non c’è solo il talento ma soprattutto un lavoro molto attento, una cura magistrale che passa quasi sotto traccia. Non si vede ma c’è. Leggendo non si avverte lo sforzo ma si sente la solida base di uno studio certosino. E’ quello che diceva Italo Calvino, che palesava tutta la propria insofferenza nei confronti della sempre più diffusa superficialità e sciatteria nell’uso del linguaggio.

E analoga riflessione ho ritrovato in “La lingua batte dove il dente duole”, edito da Laterza, interessante saggio a due illustri voci: il linguista Tullio De Mauro e lo scrittore Andrea Camilleri.

Ne ho dunque tratto liberamente alcuni spunti interessanti, in nome di un “uso responsabile” della lingua, che non solo è necessario per chi scrive ma è fondamentale per un’intera comunità che voglia mantenere salde le proprie radici e, su di esse, costruire un migliore futuro culturale e sociale:

Tullio De Mauro

  1. PADRONEGGIARE LA LINGUA. Padroneggiare una lingua è una cosa che ha a che vedere con la nostra presa sul mondo. Dice De Mauro che “il buon uso dell’italiano richiede un ordito di base solido che dovrebbe consistere in una larga adesione alla cultura intellettuale, artistica, scientifica, buona informazione, teatro, musica, cinema, libri, amore o almeno rispetto per il sapere critico, storico, scientifico”.
  2. LA LINGUA NON E’ FATTA SOLO DI PAROLE. Ogni lingua non è fatta solo di parole, è fatta di tutte le incrostazioni storiche, economiche e sociali che quella parola comporta. Ma oltre la parola c’è il ritmo che è dato dai personaggi, dalla loro quantità e qualità, dal posizionamento dello sguardo. “Ognuno si sceglie il campo da arare e lo coltiva come crede lui. I risultati narrativi si possono raggiungere in diversi modi, attraverso la ricerca sul linguaggio o in una certa maniera di raccontare dei fatti”. Per Camilleri risiede senz’atro nell’approfondimento della parola.
  3. VIVA I DIALETTI. Se l’albero è la lingua, i dialetti sono stati nel tempo la linfa di quest’albero. Camilleri ha scelto di ingrossare questa vena del suo albero della lingua italiana col dialetto: “Mi capita di usare parole dialettali che esprimono compiutamente, rotondamente, come un sasso, quello che io volevo dire e non trovo l’equivalente nella lingua italiana. Non è solo una questione di cuore, è anche di testa”.
  4. I TESTI SONO UNA PARTITURA. Secondo De Mauro “i testi sono una partitura che sfrutta le risorse della lingua che sono non sette note ma settantasettemila: il possesso di una lingua, di sue forme, regole e significati, ci consegna la chiave per potenzialità illimitate di espressione e, se abbiamo pazienza, di comprensione”.
  5. SEGUIRE IL FLUSSO DELLE PAROLE. Per Camilleri “si tratta di seguire il flusso di un suono, componendo una sorta di partitura che invece delle note adopera il suono delle parole. Per arrivare ad un impasto unico, dove non si riconosce più il lavoro strutturale che c’è dietro. Il risultato deve avere la consistenza della farina lievitata e pronta a diventare pane”.        
  6. COSTRUIRE IL RITMO. Ogni pagina ha uno spartito che deve obbedire a un insieme, a un ritmo più grande. E’ l’alternarsi di ritmi all’interno di un romanzo che fa quello che Camilleri chiama “il respiro di un romanzo, un progredire in crescendo, un respiro che parte lento e si fa sempre più affannoso”.
  7. IL NUCLEO DEL RACCONTO DEV’ESSERE CHIARO. Dice Camilleri che l’abilità dello scrittore è quella di arrivare al lettore non solo raccontando il fatto, ma di farlo in modo che quel fatto abbia un effetto di risonanza dentro il lettore. “Quello che conta è la capacità di dire le cose, che possono avere anche degli ornamenti, ma l’arco principale del discorso dev’essere sempre nitido e levigato, senza punte, dev’essere come un ciottolo di fiume. Resta in chi legge il nucleo del pensiero riassumibile in due righe”.
  8. NO AL CATTIVO USO DELLE PAROLE. Lo stato di salute della lingua corrisponde allo stato di salute di una nazione. Va sempre più diffondendosi la trasandatezza e il cattivo uso dell’italiano, oltre che l’abuso di termini stranieri. Quello di Camilleri e De Mauro “non è nazionalismo ma un modo per non far rinsecchire le radici nostre”.
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