CONSIGLI DI SCRITTURA/9 Ecco la preziosa “cassetta degli attrezzi” del re delle storie

Il 17 novembre Frassinelli pubblica la nuova edizione di “On Writing” di Stephen King, che negli ultimi anni era introvabile nelle librerie. Sarà felice chi, come me, possiede una copia-cimelio ormai logora per troppa lettura! D’altro canto “On Writing” non è uno di quei libri che si possono riporre e dimenticare. Non a caso lo stesso King lo ha definito “il romanzo della mia vita, non perché la mia vita sia un romanzo, ma perché la mia vita è scrivere”.

Infatti la storia dell’uomo e quella dello scrittore si fondono in un appassionante viaggio attorno e dentro la scrittura, ricco di aneddoti che svelano i retroscena dei suoi più famosi romanzi, ma anche e soprattutto di suggerimenti utili per chiunque ami la scrittura e desideri raccontare le proprie storie.

Un libro imprescindibile, secondo me. Che si ami o meno l’opera di Stephen King – anche se trovo incontestabile che sia uno dei maggiori narratori dei nostri giorni, capace di inventare storie e personaggi entrati nell’immaginario collettivo – “On writing” è una miniera a cui attingere a piene mani. Mi riferisco in particolare alla “cassetta degli attrezzi” che è una straordinaria elencazione dei ferri del mestiere e “sullo scrivere” in cui King illustra le fasi del processo creativo fino all’approdo editoriale.

On writing

Prima di entrare nel vivo, però, mi piace soffermarmi anche sulla parte autobiografica. Mi ha particolarmente colpito il modo in cui Stephen King racconta alcuni momenti cruciali della sua esistenza, dalla difficile infanzia al rapporto speciale con la moglie, fino al grave incidente (fu investito da un furgone nel 1999) in cui rischiò di perdere la vita.

Ecco alcuni passaggi significativi:

Quando ero ormai quattordicenne (e mi facevo la barba due volte la settimana che ne avessi bisogno o no) il chiodo in camera mia non reggeva più il peso delle lettere di rifiuto che vi avevo appeso. Sostituii il chiodo comune con quello a sezione quadra che si chiama arpione e continuai a scrivere.

Ci siamo conosciuti quando lavoravamo in una biblioteca e io mi sono innamorato di lei durante un seminario di poesia nell’autunno del 1969, quando io ero all’ultimo anno e Tabby al primo. Mi sono innamorato di lei in parte perché capivo che cosa stava facendo con il suo lavoro. Mi sono innamorato perché lei capiva che cosa ne stava facendo. Mi sono anche innamorato perché indossava un vestito nero molto sexy e calze di seta, di quelle che si pinzano a un reggicalze.

Facevamo del nostro meglio per noi stessi e per i nostri figli. Tabby indossava la sua divisa rosa al Dunkin’ Donuts e chiamava gli sbirri quando gli ubriachi che entravano a bere un caffè diventavano molesti. Io lavavo lenzuola di motel e continuavo a scrivere i miei cortometraggi dell’orrore.

 Scrivere è un’occupazione solitaria. Avere qualcuno che crede in te fa una grande differenza

Il dolore all’anca era quasi apocalittico. E le prime cinquecento parole erano spaventose, sembrava che non avessi mai scritto niente prima in vita mia. Era come se tutti i miei vecchi trucchi mi avessero abbandonato. Passavo da una parola all’altra come un uomo vecchissimo che cerca di guadare un torrente posando i piedi su sassi scivolosi e disposti a zig zag. Non ci fu ispirazione in quel primo pomeriggio, solo cocciutaggine e la speranza che le cose sarebbero migliorate se avessi tenuto duro.

Dalle splendide pagine dedicate alla scrittura ho  liberamente tratto un decalogo di consigli preziosi per gli aspiranti narratori, ma ritengo che ognuno possa davvero trovare in “On Writing” infiniti motivi ispiratori:

  1. LEGGERE, PRIMA DI TUTTO. Se volete fare gli scrittori, ci sono due esercizi fondamentali: leggere molto e scrivere molto. Non conosco stratagemmi per aggirare questa realtà, non conosco scorciatoie. Io sono un lettore lento, però mando giù solitamente dai settanta agli ottanta libri all’anno, soprattutto romanzi. Non leggo per imparare il mestiere; leggo perché mi piace leggere. Ogni libro che aprite ha la sua o le sue lezioni da offrirvi, e abbastanza spesso i libri brutti hanno da insegnarvi di più di quelli belli.
  2. FARSI TRAVOLGERE DA UNA GRANDE STORIA. Sentirsi travolti da una grande storia magistralmente raccontata, esserne schiacciati, per la verità, rientra nella necessaria formazione di ogni scrittore. Non puoi sperare di travolgere qualcuno con la forza della tua penna se non ci sei passato prima tu.
  3. TROVARE IL POSTO GIUSTO PER SCRIVERE. So che è un po’ strano, è un po’ una contraddizione, che un posto da dove si guarda lontano debba essere anche una cantina, ma così è per me. Se costruisci da te il tuo posto da cui guardare lontano, puoi metterlo in cima a un albero o sul tetto del World Trade Center o sul ciglio del Grand Canyon.
  4. COSTRUIRE LA CASSETTA PER GLI ATTREZZI. Per scrivere al meglio delle proprie capacità, è opportuno costruire la propria cassetta degli attrezzi e poi sviluppare i muscoli necessari a portarla con sé. Allora, invece di farsi scoraggiare davanti a un lavoro che si preannuncia complicato, può darsi che abbiate a disposizione l’utensile adatto con il quale mettervi immediatamente all’opera.
  5. PRIMI UTENSILI: IL VOCABOLARIO (DA NON POMPARE!) E LA GRAMMATICA. Gli utensili comuni stanno di sopra. Il più comune di tutti, il pane dello scrivere, è il vocabolario. A questo riguardo, potete continuare a usare quello che già possedete senza il minimo senso di colpa o di inferiorità. Come disse la prostituta al marinaio timido: «Non è quanto ne hai, tesoro, è come lo usi». Uno dei servizi peggiori che potete fare alla vostra scrittura è pompare il vocabolario, cercare paroloni perché magari vi vergognate un po’ della semplicità del vostro parlare corrente. È come mettere il vestito da sera al cagnolino di casa. Il cane sarà imbarazzato e la persona che si è resa colpevole di questo atto di premeditata affettazione dovrebbe esserlo ancora di più. Nel primo vassoio della vostra cassetta degli attrezzi ci vuole anche la grammatica, che non è solo una rogna; è anche il bastone al quale aggrapparvi per rimettere in piedi i vostri pensieri e farli camminare.
  6. OCCHIO AGLI AVVERBI E ALLE FORME PASSIVE. Ricordate che l’avverbio non è vostro amico e neanche la forma passiva dei verbi. Me la sono cavata bene nell’evitare la forma passiva, ma ho seminato nelle mie pagine la mia brava dose di avverbi. Quando lo faccio, sono spinto di solito dalla stessa motivazione di ogni altro scrittore: ho paura che, non facendolo, il lettore non mi capisca. Sono convinto che la paura sia alla radice di quasi tutta la cattiva scrittura Scrivere bene è spesso questione di liberarsi dalla paura e dall’ostentazione.
  7. NEL SECONDO CASSETTO C’E’ LO STILE. Togliete il primo vassoio dalla vostra cassetta degli attrezzi, quello con il vocabolario e gli elementi di grammatica. Nel vassoio sottostante vanno gli elementi di stile. Io sono pronto ad affermare che è il paragrafo e non la frase l’unità di base della scrittura, il luogo dove si fonda la coerenza e le parole hanno la possibilità di diventare qualche cosa di più di semplici vocaboli.
  8. NARRAZIONE, DESCRIZIONE, DIALOGHI. Racconti e romanzi sono costituiti da tre parti: narrazione, che conduce la storia dal punto A al punto B e infine al punto Z; descrizione, che offre al lettore un’ambientazione con un sapore di realtà; e dialogo, che dà vita ai personaggi attraverso il parlato. La descrizione comincia con la visualizzazione di ciò che volete che provi il lettore. Finisce con la trasposizione sulla pagina di ciò che vedete nella vostra mente. È tutt’altro che facile. È invece il dialogo a dare voce al vostro cast ed è cruciale nel definire i personaggi: solo le azioni manifestano il carattere, ma la parola è subdola, ciò che le persone dicono spesso le rivela al prossimo in modi di cui loro stesse sono totalmente inconsapevoli. Quanto detto per il dialogo si applica anche alla costruzione dei personaggi. I principi a cui attenersi sono due: osservare la realtà e descriverla sinceramente.
  9. DIECI PAGINE AL GIORNO. Nel momento in cui entrate nel vostro nuovo luogo di scrittura e chiudete la porta, dovete aver stabilito un traguardo quotidiano da raggiungere. Come per l’esercizio fisico, per cominciare conviene proporsi un obiettivo modesto, per non lasciarsi scoraggiare. Fissato il traguardo, siate rigorosi nel tenere quella porta chiusa finché non sarà stato raggiunto. A me piace produrre dieci pagine al giorno, per un totale di duemila parole. Sono centottantamila parole in tre mesi, una lunghezza soddisfacente per un libro, qualcosa in cui il lettore può perdersi felicemente, se la storia è ben raccontata e non perde freschezza. Ci sono certi giorni in cui quelle dieci pagine vengono di getto. Qualche volta, quando non mi vengono le parole, sono ancora lì a pomeriggio inoltrato. Pazienza. Ma solo in circostanze eccezionali mi concedo di sospendere prima di aver scritto le mie duemila parole.
  10. LE GRANDI DOMANDE E LE RISONANZE. Durante la prima lettura [dopo la stesura iniziale di una storia], la parte superiore della mia mente si concentra sulla storia e le questioni riguardanti la cassetta degli attrezzi (eliminazione di pronomi con riferimenti nebulosi, inserimento di aggiunte esplicative dove sembrano necessarie e, naturalmente, espulsione di tutti gli avverbi dai quali trovo il coraggio di separarmi).  A un livello più basso, però, mi pongo le Grandi Domande. La più grande di tutte: c’è coerenza nel racconto? E in questo caso, che cosa trasforma la coerenza in canzone? Quali sono gli elementi ricorrenti? Si legano tra di loro per dare origine a un tema? Mi sto domandando, in altre parole, qual è il succo di tutto quel che ho fatto e come posso intervenire per rendere più percepibili i sottintesi. Ciò che vado cercando soprattutto sono le risonanze, qualcosa che echeggi per un po’ nella mente (e nel cuore) del Fedele Lettore dopo che avrà chiuso il libro e lo avrà riposto tra gli altri sullo scaffale.

Stephen King

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