Diritto + Letteratura Mi nutro di Storie inizia una nuova collaborazione con il sito d'informazione giuridica Punto di Diritto

“Vedi Scout, a un avvocato succede almeno una volta nella sua carriera, proprio per la natura del suo lavoro, che un caso abbia ripercussione diretta sulla sua vita. Evidentemente è venuta la mia volta. Può darsi che a scuola tu senta parlare male di questa faccenda, ma se vuoi aiutarmi devi fare una cosa sola: tenere la testa alta e le mani a posto. Non badare a quello che ti dicono, non diventare il loro bersaglio. Cerca di batterti col cervello e non con i pugni, una volta tanto… È una buona testa, la tua, anche se è dura a imparare!”

“Atticus, vinceremo la causa?”

“No, tesoro.”

“Ma allora, perché…”

“Non è una buona ragione non cercare di vincere sol perché si è battuti in partenza,” disse Atticus.

L’American Film Institute ha definito il personaggio di Atticus Finch, interpretato da Gregory Peck nel film del 1962 “Il buio oltre la siepe”, come il più grande eroe cinematografico del XX secolo. Ma l’avvocato antirazzista, che difende un uomo di colore nell’Alabama degli anni Trenta, è prima di tutto un eroe letterario, nato dalla penna di Harper Lee.

Un esempio straordinario del fecondo legame tra diritto e letteratura.

Leggere buona letteratura è sempre un arricchimento per lo spirito.

Leggere di diritto e letteratura, o per meglio dire di  diritto nella letteratura, rappresenta una risorsa preziosa per la formazione del giurista e per l’analisi della scienza giuridica.

Soprattutto la professione di avvocato si fonda sul rapporto con gli altri e la profonda empatia, l’immedesimazione, la riflessione che suscitano le grandi opere letterarie non possono rimanere estranee al giurista che opera immerso in una rete sempre più ampia di rapporti sociali ed è chiamato ad affrontare le complesse problematiche dell’oggi.

Nasce da questa consapevolezza il proposito di Punto di Diritto, grazie alla collaborazione con il blog Mi nutro di Storie, di proporre ai suoi lettori dei brani tratti da opere letterarie del passato, ma anche dalla moderna narrativa senza alcuna preclusione, che possano stimolare la riflessione su questioni giuridiche, etiche, di attualità.

Diritto e letteratura

Negli Stati Uniti, “Law and Literature” è un movimento di studi che si fa risalire agli inizi del Novecento, quando John Henry Wigmore con “A List of Legal Novels” seleziona e classifica le opere letterarie in grado di testimoniare i valori fondamentali della cultura giuridica americana del tempo, mentre è nel 1925 che Benjamin Cardozo delinea i due indirizzi fondamentali della “Law in Literature” e della “Law as Literature”.

Il primo è l’approccio che studia “il diritto nella letteratura” e, dunque, approfondisce e confronta le varie rappresentazioni che la letteratura offre degli istituti giuridici e dei grandi temi del diritto e della giustizia (in autori del calibro di Rabelais  e  Cervantes, Shakespeare e Milton, Balzac e Dickens, Tolstoj e Dostoevskij, Hugo, Kafka, Gide e molti altri), ritenendole fondamentali per la formazione etica degli operatori giuridici.

Il secondo è l’approccio che studia “il diritto come letteratura”, interpretando gli aspetti letterari delle pratiche giuridiche: le tecniche retoriche degli avvocati, gli aspetti linguistici e letterari delle sentenze, gli aspetti estetici delle dottrine giuridiche.

Un noto sostenitore dell’approccio Law in Literature è Richard Weisberg, che in un libro del 1984 analizza il modo in cui alcuni celebri romanzi di Dostoevskij, Flaubert, Camus e Melville affrontano problemi etici, attraverso una trama con elementi giuridici o di argomento giudiziario. In questo modo, per Weisberg, la letteratura aiuta nella riflessione sui problemi giuridici, politici e morali e rende più sensibili alle grandi questioni della vita sociale e del diritto.

James Boyd White, fra gli studiosi storicamente più importanti per la concezione del “diritto come letteratura”, sostiene invece che le tecniche di produzione e interpretazione del diritto sono simili a quelle dei testi letterari, per cui la sua analisi si concentra sul giurista – studioso, giudice, avvocato, legislatore – inteso come autentico scrittore.

Tuttavia, com’è stato giustamente obiettato, ad un giudice non si chiede di produrre testi di grande letteratura, ma decisioni ponderate, motivate, giuste.

Ma, come ha scritto Martha Nussbaum,  anche se nella vita pubblica l’immaginazione e la sensibilità letteraria certamente non possono sostituirsi ai vincoli istituzionali e alle regole morali o giuridiche, sono essenziali per un giudizio etico. Perché l’immaginazione letteraria, e le emozioni che le opere suggeriscono al lettore, contribuiscono ad una riflessione più ampia e diffusa sulla giustizia e ad una interiorizzazione delle sue esigenze e problematiche.

Il dono speciale dell’immaginazione letteraria, infatti, è la capacità di fare immedesimare il lettore nelle vicende altrui, di concepire diversamente la realtà e di vedere, nel singolo fatto disciplinato dalla legge, non l’astratta violazione di una norma, ma i destini di individui concreti con le loro sofferenze e speranze.

Come emerge dai saggi del volume “Giustizia e letteratura”- curato dai docenti di diritto penale Gabrio Forti, Claudia Mazzucato e Arianna Visconti – il fatto di riguardare l’uomo è comune al diritto e alla letteratura ma il diritto tende spesso a dimenticare l’uomo, il quale rischia di scomparire dietro la schematicità delle regole e delle norme. E la tendenza alla schematicità  astratta del diritto, se non al mero potere, trova un argine potente nella letteratura e nella sua concretezza, attraverso il racconto delle storie dei singoli.

Come afferma Gabrio Forti, la dialettica fra l’ordine raccontato dall’apparente certezza delle norme e la disordinata pluralità dei mondi della vita, sempre più grandi e complessi di quanto la certezza legale suggerisca, “è esperienza quotidiana del giurista, sempre gravato dal dovere di mediare tra la cristallina rigidità dei suoi schemi concettuali e la ribollente molteplicità di un reale riottoso ad adattarsi alle camicie di forza di quei modelli astratti”.

Non a caso, già nel 1924, il grande Piero Calamandrei scriveva: “dalla lettura di certe pagine di romanzi, nelle quali si descrivono con linguaggio profano i congegni della giustizia in azione, è assai spesso possibile trarre un’idea precisa, meglio che da una critica fatta in gergo tecnico e in stile cattedratico, del modo in cui la realtà reagisce sulle leggi e della loro inadeguatezza a raggiungere nella vita pratica gli scopi per i quali il legislatore crede di averle create”.

Buona lettura!

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