Diritto + Letteratura: Vita o morte, la scelta al giudice

Il brano che Mi nutro di Storie ha selezionato questa settimana per i lettori del sito di informazione giuridica “Punto di Diritto” è tratto da «La ballata di Adam Henry», romanzo di Ian McEwan che vede protagonista Fiona Maye, giudice dell’Alta Corte britannica in servizio presso la Sezione Famiglia.

La ballata di Adam HenryIl romanzo – edito da Einaudi, qui potere leggere la sinossi – regala pagine molto intense su una giudice alle prese con una vita privata fragile e soprattutto con un ruolo pubblico, che la vuole esempio di misura e distacco in battaglie feroci per l’affidamento di figli, baruffe patrimoniali, situazioni senza speranza d’ogni genere, autentici drammi.

Ecco il brano [Ndr. Fiona Maye deve pronunciarsi sul caso estremamente delicato e controverso della separazione di due gemelli siamesi]:

Gli ingredienti narrativi erano formidabili: la tragedia dei neonati, un padre e una madre buoni, seri, convincenti, innamorati l’uno dell’altra ed entrambi dei loro bambini, la vita, l’amore, la morte, la corsa contro il tempo. Chirurghi senza volto contrapposti a una fede nel soprannaturale. Quanto allo spettro delle posizioni, a un estremo si collocavano i fermi sostenitori della praticità laica, innervositi dai cavilli legali, e armati di un’equazione etica di semplicità elementare: «un bambino vivo è meglio di due morti». All’altro, si ergevano i depositari non solo della certezza dell’esistenza di Dio ma anche dell’interpretazione della sua volontà.

A entrambe le parti Fiona nell’incipit della propria sentenza ricordava, citando il giudice Lord Ward: «Questo è un tribunale che applica la legge, non la morale, e il suo compito è quello di cercare i principi di legge e applicarli, secondo la situazione in esame, tenuto conto della sua specificità».

Nella tremenda fattispecie un solo esito era se non auspicabile, comunque meno ingrato, ma il percorso legale per raggiungerlo si rivelò difficile. Sotto l’incalzare del tempo, e la pressione insistente del mondo, Fiona riuscí a trovare una via praticabile in poco meno di una settimana e una trentina di cartelle. O almeno cosí parve suggerire la Corte d’Appello, costretta a una scadenza ancora piú severa, il giorno dopo la pubblicazione della sua sentenza. Tuttavia non era proponibile l’assunto che una vita valesse piú di un’altra. Separare i gemelli significava uccidere Matthew. Non separarli, avrebbe comportato l’uccisione di entrambi per omissione di soccorso. Lo spazio giuridico e morale era esiguo e la questione non poteva che essere risolta attraverso la scelta del male minore. Eppure, restava dovere del giudice valutare l’esito che meglio rispondeva agli interessi di Matthew. Non la morte, ovviamente. E d’altra parte l’opzione della vita era esclusa. Senza polmoni, con un cuore inutilizzabile e un cervello non adeguatamente sviluppato, Matthew doveva essere sofferente e comunque destinato a morire quanto prima.

Facendo ricorso a una formulazione inedita che la Corte d’Appello accolse, Fiona dichiarò che, a differenza del fratello, Matthew non poteva vantare interessi.

Ma, seppure preferibile, il male minore poteva restare in ogni caso illegittimo. Come giustificare l’omicidio di Matthew, perpetrato tramite rescissione dell’aorta? Fiona non poté accettare la visione che le proponeva il consiglio della struttura sanitaria e cioè che separare i gemelli sarebbe stato analogo a spegnere il respiratore artificiale di Matthew, in questo caso Mark. L’intervento chirurgico era un’aggressione troppo invasiva, incurante dell’integrità fisica di Matthew per essere definita interruzione di trattamento terapeutico.

Fiona individuò lo spunto della propria tesi nello «stato di necessità», sancito dall’ordinamento giuridico in base al quale, in determinate circostanze che nessun parlamento si è mai preso la pena di definire, è consentito violare il codice penale allo scopo di impedire un male maggiore. Fece riferimento al caso dei dirottatori di un volo per Londra i quali, pur avendo terrorizzato i passeggeri a bordo, erano andati assolti in quanto agivano mossi dall’urgenza di evitare la persecuzione nel paese di loro provenienza.

Per quanto concerne la questione nodale dell’intento, la finalità dell’intervento chirurgico non era quella di uccidere Matthew, bensí di salvare Mark. Sebbene in modo incolpevole Matthew stava causando la morte di Mark; pertanto ai medici doveva essere concesso di agire in difesa di Mark rimuovendo la minaccia di un pericolo mortale. Dopo l’intervento separativo Matthew sarebbe morto non in seguito a un deliberato omicidio, ma perché non era in grado di sopravvivere autonomamente.

La Corte d’Appello concordò, il ricorso dei genitori fu respinto e, due giorni dopo, alle sette del mattino, i gemelli entravano in sala operatoria.

I colleghi che Fiona stimava di piú la cercarono per congratularsi, o le scrissero il genere di lettera che val la pena di conservare in un’apposita cartellina per la vita. La sua sentenza era puntuale ed elegante, si diceva nell’ambiente. L’intervento ricostruttivo su Mark riuscí; l’interesse pubblico andò scemando fino a trasferirsi altrove. Ma Fiona era inquieta, non riusciva a chiudere il caso, di notte restava sveglia per ore a riconsiderare ogni dettaglio, a riformulare certi passaggi della sua sentenza, adottando un’altra linea di azione. Oppure, a meditare su questioni personali, compreso il suo non aver avuto figli. Contemporaneamente, cominciò a ricevere certe piccole buste in tinte pastello contenenti le velenose considerazioni dei devoti. Erano dell’idea che i due bambini sarebbero dovuti morire insieme e pertanto si dichiaravano tutt’altro che soddisfatti della sua decisione. Alcuni davano la stura a un repertorio di insulti, altri affermavano di volerle mettere le mani addosso. Un ridotto numero di questi ultimi affermava di conoscere il suo indirizzo.

Quelle intense settimane non mancarono di lasciare su di lei un segno che si era appena attenuato. Ma che cosa l’aveva turbata esattamente? Era la stessa domanda che le rivolgeva suo marito, il quale in quel preciso momento aspettava una risposta. Prima dell’udienza, aveva ricevuto una nota dall’arcivescovo della diocesi cattolica di Westminster. Nella sentenza Fiona aveva rispettosamente fatto notare che l’arcivescovo preferiva la morte di Mark insieme a Matthew alla possibilità di interferire con la volontà di Dio. Il fatto che un uomo di chiesa fosse pronto ad annientare la prospettiva di un’esistenza significativa in ossequio a un dogma teologico non la sorprendeva né la riguardava. La legge stessa aveva problemi analoghi quando consentiva ai medici di lasciar morire certi pazienti terminali per soffocamento, disidratazione o denutrizione, ma non concedeva il ricorso al sollievo istantaneo di un’iniezione letale.

La notte i pensieri di Fiona tornavano a quella foto dei gemelli e alle decine di altre che aveva esaminato, e ai tanti ragguagli tecnici che aveva ascoltato da medici specialisti riguardo ai problemi dei due neonati e a tutti i vari tagli, clampaggi, collegamenti e suture da operarsi su carne infantile per restituire a Mark un’esistenza normale, ricostruendogli organi interni, e ruotandogli gambe, genitali e viscere di novanta gradi rispetto alla posizione originale. Nel buio della camera da letto, mentre al suo fianco Jack ronfava placidamente, le pareva di sporgersi dal precipizio di una scogliera. Nel ricordo delle immagini di Mark e Matthew vedeva ritratta la nullità futile e cieca. Un minuscolo ovulo non si era separato in tempo a causa di un errore nella catena degli eventi chimici, di un’infinitesimale interferenza nelle reazioni a cascata delle proteine. Un avvenimento molecolare dalle conseguenze sproporzionate sulla realtà esterna, un fenomeno simile a un universo che esplode, in termini di umana sofferenza.

Non c’era di mezzo nessuna crudeltà, nessuna vendetta, né l’ombra di un fantasma mosso da intenzioni misteriose. Solo la trascrizione errata di un gene, un’anomalia nelle componenti enzimatiche, un legame chimico interrotto. Un processo di corruzione naturale tanto immemore quanto privo di scopo. Il che non faceva che sottolineare come una vita sana e perfettamente sviluppata fosse in eguale misura fortuita, in eguale misura senza scopo. Cieca buona sorte, atterrare nel mondo con ogni parte del corpo ben formata e al posto giusto, nascere da genitori amorevoli anziché malvagi, o sfuggire alla miseria e alla guerra in virtú di una combinazione geografica o sociale. E trovare perciò tanto piú facile l’essere virtuosi.

Per qualche tempo quel caso l’aveva obnubilata, resa meno sensibile, piú indifferente nello svolgimento del suo compito, senza convincerla a parlarne con qualcuno. In compenso, si era scoperta una tendenza alla repulsione fisica, quasi un’incapacità di sostenere la vista del proprio corpo o di quello di Jack senza provare disgusto. Come avrebbe potuto spiegarlo a parole? Non era tanto credibile che, dopo anni e anni di carriera legale, proprio quel caso fra gli innumerevoli altri, con la sua tristezza e i suoi addentellati irrazionali, potesse condizionarla in modo tanto profondo. Per qualche tempo, una parte di Fiona si era rattrappita insieme al povero Matthew. Era stata lei a eliminare un bambino dal mondo, ad accompagnarlo fuori dalla vita con trentaquattro pagine di eleganti argomentazioni in prosa. Che importanza aveva il fatto che, col suo testone gonfio e il cuore incapace di pompare, morire fosse comunque il suo destino? Non era stata meno illogica dell’arcivescovo, ed era giunta alla conclusione che rinchiudersi in se stessa fosse suo preciso dovere. Poi, la ferita si era rimarginata ma aveva lasciato del tessuto cicatriziale nei ricordi, perfino dopo sette settimane e un giorno.

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