Diritto + Letteratura: Calamandrei e l’arringa efficace

Il brano che Mi nutro di Storie ha selezionato questa settimana per i lettori del sito di informazione giuridica “Punto di Diritto”  è tratto da Elogio dei giudici scritto da un avvocato” del padre costituente Piero Calamandrei (riedito da Ponte alle Grazie), che è un gioiello di sensibilità e arte letteraria di eterna attualità per i cultori del diritto e non solo.

Elogio dei giudiciSi tratta di brevi scorci di vita giudiziaria e riflessioni sulla giustizia e sugli uomini, scritti tra il 1935 e il 1956, che restano un capolavoro di arguzia, profondità, stile.

Ecco la riflessione sul tema “Della cosiddetta oratoria forense”, una preziosa bussola per  arringhe efficaci, che sappiano far luce su fatti e argomenti della causa, subordinando a questa “virtù chiarificatrice” ogni vanaglorioso sfoggio di “qualità oratorie”:

Non credo che nelle nostre facoltà di giurisprudenza ci sia bisogno di addestrare i giovani alla eloquenza forense, come nelle antiche scuole di retorica. Gli studi giuridici devono servire a sciogliere il pensiero: quando questo sia agile e pronto, l’eloquio si scioglie da sé. Ma se una scuola di oratoria forense si dovesse istituire, la farei funzionare così: darei all’allievo da studiare, in una mattinata, il fascicolo di una complicata e difficile controversia civile, sulla quale egli dovrebbe poi riferire oralmente, in modo chiaro e compiuto, nell’inesorabile giro di un’ora.

Il giorno seguente, sullo stesso argomento, dovrebbe riferire in mezz’ora; e infine, il terzo giorno, il tempo concessogli per ripetere la relazione dovrebbe essere ancora ridotto a un quarto d’ora. A questa terza prova, che sarebbe quella decisiva, dovrebb’esser presente un uditorio di studenti, assolutamente ignari del caso. Se il relatore riuscisse a saper toccare in quell’arringa concentrata tutti i punti essenziali della causa, in modo così chiaro e ordinato da farsi seguire ed intendere a colpo da quell’uditorio, egli mostrerebbe di aver imparato il genere di eloquenza che occorre per diventare un buon avvocato di cassazione.

Anche l’oratoria forense tende, come l’architettura, a diventar “razionale”: linee dritte, pareti spoglie, abolizione di inutili ornamenti, franca ostentazione, anziché accorta dissimulazione, degli elementi architettonici rispondenti a necessità statiche. Anche l’oratore, insomma, come l’architetto, deve pensare prima di tutto alla solidità della costruzione: tanto meglio poi se da quella solidità balzerà fuori, senza cercarla, la bellezza monumentale. Ma questa di fare a meno degli ornamenti posticci e di lasciare allo scoperto gli elementi maestri della costruzione, non mi sembra impresa senza rischi: ho una gran paura che a toglier via gli abbellimenti da certi discorsi, come da certe facciate, ci si accorga che sotto, invece di robuste travi, non c’è che fragile stucco.

L’avvocato, come l’artista, può aver la virtù di scoprire e rivelare gli aspetti più riposti e segreti della verità, fino al punto di dare ai profani, che non hanno la stessa virtù, la impressione che i fatti da lui raccolti con amorosa fedeltà siano soltanto una sua invenzione. Ma l’avvocato non altera la verità, se riesce a scegliere in essa gli elementi più significativi che sfuggono al volgo: e non è giusto accusarlo di tradire la verità, quando invece riesce ad esserne, come l’artista, il più sensibile interprete.

Come la magnanimità dello storico fa balzar fuori evidenti le gesta eroiche da quei fatti che nel resoconto di un gretto cronista apparivano come un piatto episodio trascurabile,anche nei processi, e specialmente in quelli penali, i fatti si adeguano alla misura intellettuale e morale del difensore. Il pubblico si immagina che certi avvocati sappiano scegliere per le loro difese solamente quei reati che abbiano alla loro radice una certa nobiltà di moventi, una certa grandezza di passione: è vero piuttosto che questi avvocati hanno il dono di saper scoprire in tutti i reati, anche nei più abietti, quegli elementi di pietà umana che meglio si intonano colla loro indole, e che rimarrebbero nascosti al pubblico se essi non ne fossero i generosi rivelatori. Mettete due pittori dinanzi allo stesso paesaggio, l’uno accanto all’altro, ognuno col suo cavalletto: e tornate dopo un’ora a guardar quello che ciascuno ha tracciato sulla sua tela. Vedrete due paesaggi assolutamente diversi, tali da parer impossibile che il modello ne sia stato lo stesso. Direte dunque che uno dei due ha tradito la verità? Per giudicare la utilità processuale degli avvocati, non bisogna guardare il difensore isolato, la cui attività unilaterale e partigiana, presa in sé, può sembrar fatta apposta per trarre i giudici fuori di strada; ma bisogna considerare il funzionamento nel processo dei due difensori contrapposti, ciascuno dei quali, colla propria parzialità, giustifica e rende necessaria la parzialità del contradditore.

La giustizia non sa che farsi di quegli avvocati che vanno in udienza non per chiarire ai giudici le ragioni del cliente, ma per far bella mostra di sé e delle proprie qualità oratorie. Il difensore deve cercare unicamente di proiettare la sua virtù chiarificatrice sui fatti e sugli argomenti della causa, e di mantenere nell’ombra la propria persona: alla maniera di quei modernissimi congegni di illuminazione, chiamati diffusori, che, nascondendo la sorgente luminosa, fanno apparir le cose come trasparenti per una loro garbata fosforescenza interna. Al contrario delle lampade a luce diretta, prepotenti e sfacciate:che abbagliano chi le guarda,e intorno, sulle cose,non si vede che buio.

L’avvocato che, durante una discussione, invece di parlare della causa, parla di sé, commette verso i giudici che lo ascoltano una mancanza di rispetto simile a quella che commetterebbe, se sul più bello dell’arringa, per far notare ai giudici che egli si serve del primo sarto della città, si sfilasse la toga. L’avvocato deve sapere in modo così discreto suggerire al giudice gli argomenti per dargli ragione, da lasciarlo nella convinzione di averli trovati da sé.

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