Diritto + Letteratura: Camilleri, i fascicoli e…i cannoli!

Il brano Mi nutro di Storie ha selezionato questa settimana per i lettori del sito di informazione giuridica “Punto di Diritto”  è tratto da “Giudici” (Einaudi), una raccolta di racconti firmati da autori del calibro di Andrea Camilleri, Carlo Lucarelli e Giancarlo De Cataldo che, ognuno con il proprio stile inconfondibile, tratteggiano “il difficile mestiere di decidere secondo giustizia”.

GiudiciEcco il brano tratto dal divertente racconto «Il giudice Surra» del grande scrittore siciliano Andrea Camilleri [Ndr. Protagonista del divertente è il giudice Efisio Surra che, poco dopo l’unità d’Italia, viene catapultato da Torino a Montelusa a fronteggiare la prima battaglia contro la Fratellanza, non ancora «Maffia»]:

Il giudice uscì dalla prefettura che erano appena passate le nove.

Era una serata così bella che ebbe voglia di fare quattro passi al corso. Non s’aspettava di trovarvi tanta gente che passeggiava intrecciando un balletto continuo di scappellate, inchini, sorrisi e complimenti.

Ma quella che maggiormente attirò la sua attenzione fu la vetrina di un grande caffè che esponeva una variopinta pasticceria. Il giudice nutriva un unico vizio che poi non era tanto segreto: era un incontenibile goloso di dolci. Origine di frequenti liti con la moglie che temeva per la sua salute. Vide una pila di dolci di forma strana, dei tubi marrone fatti di pasta croccante lunghi una ventina di centimetri e ripieni di una crema bianca coperta ai lati da pezzetti di frutta candita.

Non resistette ed entrò. I tavolini erano tutti occupati. Appena che lo scorsero, i presenti ammutolirono per un attimo, poi ripresero a parlare.

– Come si chiamano quei dolci? – domandò a un cameriere che stava dietro il bancone.

– Cannoli, cillenza.

Possibile che l’avessero riconosciuto?

– Datemene uno.

Se lo mangiò in piedi, al banco. Madonna, che bontà!

– Datemene un altro.

Andò alla cassa per pagare, ma il cassiere gli disse: – Pagato.

– Pagato?! E da chi? – domandò stupito il giudice.

– Da don Nené Lonero.

Il giudice si voltò a guardare la sala. Da un tavolo dove stavano seduti quattro uomini, due con la coppola e due col cappello, un cinquantino tozzo, baffuto, rossiccio di pelle e pelo si alzò, si cavò il cappello e disse: – Accettate come segno di benvenuto.

Il giudice senza rispondergli si voltò nuovamente verso il cassiere e lo guardò occhi negli occhi. Il cassiere sentì un serpente di freddo corrergli lungo la schiena. Che occhi aveva quell’uomo? Celesti e gelidi come il cielo di una prima mattina d’inverno. Poi, senza dire niente, Surra gli mise davanti una moneta di grosso taglio. Il cassiere, a testa bassa, gli dette il resto. Il giudice allora s’avvicinò a passo lento verso il tavolo dove don Nené era rimasto in piedi, fosco in faccia per il rifiuto. Dentro il caffè si era fatto un silenzio che si poteva tagliare col coltello.

– Voi siete Emanuele Lonero?

– Si.

– Approfitto dell’occasione, – fece il giudice con un sorriso cortese.

– Per cosa? – domandò don Nené.

– Un momento di pazienza.

Tirò fuori dalla tasca la lettera anonima, l’aprì, prese dal taschino gli occhiali, li inforcò con calma e finalmente disse a voce alta, in modo che tutti sentissero: – Non so chi voi siate e non voglio nemmeno saperlo, ma mi risulta che voi avete illecitamente sottratto dal tribunale gli atti istruttori dei procedimenti Milioto, Savastano, Curreli e Costantino. Mi userete la cortesia di farli riavere al tribunale entro ventiquattro ore.

Si rimise la lettera in tasca, si levò gli occhiali riponendoli nel taschino, girò le spalle a don Nené che era restato pietrificato e uscì fuori.

Capì subito che aveva commesso un grosso errore.

Si sarebbe dovuto mangiare un solo cannolo, non due. Se si andava a coricare ora, con lo stomaco appesantito dalla ricotta, non avrebbe preso sonno. No, bisognava passeggiare ancora almeno per un’oretta.

Alla terza volta che si rifaceva il corso, due uomini ben vestiti che venivano in senso inverso a lui fecero un movimento per cui uno dei due si venne a trovare quasi a sfiorarlo.

E fu allora che il giudice sentì che gli diceva in un soffio: – Bravo! Voi meritate rispetto!

Si fermò, attonito. Aveva detto a lui bravo? E perché, che aveva fatto? Non riusciva a darsene una spiegazione. Forse mangiare due cannoli di seguito era da quelle parti una prova di virilità? Sarebbe stato difficile capirli, questi siciliani.

 

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