Diritto + Letteratura: Grisham e l’avvocato degli ultimi

Il brano Mi nutro di Storie ha selezionato questa settimana per i lettori del sito di informazione giuridica “Punto di Diritto”  è tratto da “L’avvocato di strada” di John Grisham, considerato caposcuola del genere legal thriller, che prima di dedicarsi alla sua passione, e diventare autore di best seller da milioni da copie, ha esercitato la professione di avvocato penalista per dieci anni.

Jihn Grisham«The Street Lawyer» (1998) – edito in Italia da Mondadori, qui la sinossi – è uno dei suoi primi romanzi ed ha per protagonista un avvocato che rinuncia ad una promettente carriera per difendere chi vive ai margini della società americana, senza alcuna voce né diritto.

Ecco il brano [Ndr. Il protagonista Michael Brock preannuncia la sua intenzione di cambiare vita all’autoritario padre, mentre sono impegnati in una partita a golf]:

«Sono stanco di quello che faccio.»

«Benvenuto nel mondo reale. Credi che uno che lavora alla pressa in fabbrica non sia stufo di quello che fa? Tu almeno ti arricchisci.»

Così vinse la prima ripresa, mandandomi quasi al tappeto. Due buche più avanti, mentre calcavamo i piedi nell’erba alta a caccia della sua pallina, mi domandò: «Cambi lavoro?».

«Ci sto meditando.»

«Per fare cosa?»

«Non so. È troppo presto. Non ho ancora cercato un’altra posizione.»

«Allora come fai a sapere che l’erba dall’altra parte è più verde se ancora non ci hai guardato?» Raccolse la sua pallina e s’incamminò. Proseguii da solo sul cart lungo lo stretto vialetto mentre lui scendeva per il fairway dietro al tiro appena effettuato. Mi domandai perché quell’uomo dai capelli grigi mi facesse tanta paura. Aveva spinto tutti i figli a porsi degli obiettivi, sudare sette camicie per diventare importanti, concentrando tutto sul traguardo di una vita da benestanti secondo i dettami del grande Sogno Americano. Aveva sempre pagato per tutto ciò di cui avevamo avuto bisogno. Né i miei fratelli né io eravamo nati con una coscienza sociale. Davamo qualcosa alla chiesa perché così esortava a fare la Bibbia. Versavamo le tasse al governo perché così richiedeva la legge. Era indiscutibile che qualcosa di quanto donavamo andasse a fin di bene e in questo facevamo la nostra parte. La politica apparteneva a coloro che erano disposti a stare a quel gioco e del resto non c’è da guadagnare dall’onestà. A noi era stato insegnato a essere produttivi, e più consistente fosse stato il nostro successo, più avrebbe avuto da trarne vantaggio la società. Stabilisciti un obiettivo, lavora sodo, sii leale, conquistati il benessere.

Ecco perché avevo paura di lui. Aveva una soglia di tolleranza molto bassa.

Superò il par di due colpi alla quinta buca e se la stava prendendo con il bastone che aveva usato mentre saliva sul cart.

«Forse non sto cercando pascoli più verdi» gli dissi.

«Perché non smetti di girarci intorno e non mi dici chiaro e tondo che cosa hai in mente?» propose lui. Come sempre mi sentii debole per non essere stato capace di affrontare l’argomento senza mezzi termini.

«Pensavo a un’attività legale di pubblico interesse.»

«Che cosa diavolo sarebbe?»

«Quando si lavora per il bene della società senza ricavarci molto in termini di denaro.»

«Che ti succede, sei diventato democratico? Sei rimasto troppo tempo a Washington.»

«Ci sono un sacco di repubblicani a Washington. Anzi, direi che si sono impadroniti della città.»

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