Diritto + Letteratura: Giustizia e potere

Il brano che Mi nutro di Storie ha selezionato questa settimana per i lettori del sito di informazione giuridica “Punto di Diritto” è tratto da «La regola dell’equilibrio», l’ultimo romanzo di Gianrico Carofiglio che vede protagonista Guido Guerrieri, l’avvocato più celebre del romanzo giudiziario italiano.

La regola dell'equilibrio

Il romanzo – edito da Einaudi, qui potere leggere la sinossi – squarcia il velo sulle ambiguità del sistema giudiziario e pone l’avvocato Guerrieri dinanzi a un grande dilemma morale e professionale.

Ecco il brano [Ndr. L’avvocato Guerrieri sta seguendo un seminario della scuola forense dedicato al tema «Etica e ruoli nel processo penale» ed ascolta l’intervento del magistrato che gli chiederà poi di difenderlo da una grave accusa]:

– Osservando il mondo della giustizia penale senza farsi fuorviare da pregiudizi retorici e moralistici si scoprono alcune verità disturbanti. Di queste verità dobbiamo tenere conto se vogliamo interpretare in modo eticamente corretto e non ipocrita i nostri rispettivi ruoli.

Feci caso che aveva davanti a sé dei fogli, ma non li guardava quasi mai. Solo, a intervalli regolari, ne girava uno e dava una rapida occhiata a quello sotto.

– La prima verità disturbante è che molto spesso – certo nella grande maggioranza dei casi – gli imputati, a prescindere dalla presunzione costituzionale di non colpevolezza, sono in tutto o in parte colpevoli dei reati di cui sono accusati. Ovvio, ci sono gli innocenti, ma costituiscono una minoranza.

Fece una pausa studiata e lasciò scorrere lo sguardo sul pubblico, che pendeva dalle sue labbra. L’argomento era deliberatamente provocatorio, anche se sostanzialmente vero. Larocca era un buon oratore.

– Sia i magistrati sia gli avvocati sono consapevoli di questa verità, anche se, per diverse ragioni, spesso la negano o non la riconoscono. Una di queste ragioni è una comprensione difettosa o ipocrita della presunzione di non colpevolezza fissata dall’articolo 27 della Carta costituzionale. Un avvocato penalista – uno che viva di questo lavoro – che sostenga che la maggior parte dei suoi clienti è innocente, o è un bugiardo o è un cretino. E se mi consentite una piccola digressione personale, ci sono poche cose che mi infastidiscono più di certi avvocati che blaterano dell’innocenza dei loro clienti come se vivessero con disagio il loro ruolo, o come se pensassero che i giudici sono tutti stupidi. Con questo non voglio affermare che la categoria cui appartengo sia immune dal virus dell’imbecillità…

Ancora una pausa, sottolineata da un’espressione di finta innocenza – quasi una smorfia – per permettere al suo pubblico, composto in gran parte da avvocati, di godersi la battuta. Qualcuno ridacchiò, qualcuno scambiò due parole con il vicino: si sentivano uniti dalla sana complicità degli intelligenti contro i cretini. Quelli che sentono più forte questa solidarietà sono i piú cretini, pensai. La battuta, in ogni caso, era un classico di Larocca, lo rappresentava in pieno. Diceva il suo disprezzo per l’incompetenza e la cialtroneria di alcuni suoi colleghi.

Il brusio si calmò e lui riprese a parlare.

– Il lavoro dell’avvocato penalista consiste, perlopiù, nel difendere imputati colpevoli – spesso di reati gravi e ripugnanti – e nel cercare, con tutti i mezzi leciti, di farli assolvere. Lo ripeto: difendere imputati colpevoli e cercare, con tutti i mezzi leciti, di farli assolvere.

– Se le cose stanno così – e stanno così – è necessario capire dove si collocano il punto di compatibilità etica della professione di avvocato e quello del lavoro del giudice. Anche il lavoro del giudice, infatti, presenta aspetti di grande quanto trascurata sensibilità etica. Basti ricordare che i giudici dispongono della libertà delle persone e, per questa ragione, spesso dispongono delle loro vite. Una cosa che dovrebbe lasciarci sgomenti e che invece diamo per scontata.

«Il nostro problema, dunque, è duplice: come ammettere la liceità etica della difesa di un colpevole di reati orribili; come ammettere la liceità etica della privazione della libertà personale di una persona da parte di un’altra persona.

«Su quale terreno si collocano queste due possibili, problematiche sfere di liceità etica? Su quale terreno si colloca l’unica idea di giustizia che possiamo condividere senza essere influenzati dalla diversità dei nostri punti di vista morali?

«Il terreno è quello delle regole di procedura. Le regole di procedura e il loro rispetto sono l’unico modo per fare giustizia. Non esiste una giustizia sostanziale al di fuori del rispetto delle regole processuali.

«Il giudice e l’avvocato non devono far interferire le loro convinzioni personali, il loro quadro di riferimento morale con il lavoro giudiziario e le relative scelte. Il solo terreno condiviso e condivisibile è quello delle regole processuali, che i giudici devono far osservare senza preoccuparsi delle conseguenze; di cui gli avvocati devono pretendere il rispetto senza preoccuparsi delle conseguenze.

«Non vi piace questo discorso? Preferireste un’idea più romantica di giustizia? Anch’io, ma purtroppo questa idea è spesso un artificio retorico e spesso proprio quelli che più se ne riempiono la bocca sono i meno interessati a ottenerla. Spesso i protagonisti della vicenda processuale non sono interessati ad avere giustizia. Pensano ad altro, perché sono esseri umani.

«Gli avvocati non vogliono giustizia. Non vogliono cioè che i colpevoli siano condannati e che le vittime siano risarcite. Gli avvocati vogliono vincere i processi. E io aggiungo: è giusto che sia così, perché quello è il loro compito nel meccanismo, nel quadro di insieme. Se gli avvocati non volessero vincere i processi, gli imputati sarebbero sprovvisti di vera tutela e in particolare gli imputati innocenti – per pochi che siano – rischierebbero molto di più le condanne ingiuste. Quando un avvocato dice che vuole sia fatta giustizia, quasi sempre – consciamente o inconsciamente – sta mentendo.

«Sapete la vecchia storiella dell’avvocato che ha appena vinto un delicato processo, telefona al cliente e gli dice che la giustizia ha trionfato. Senza esitazioni il cliente risponde: non importa, facciamo subito appello…

Di nuovo qualche risata, qualche frase scambiata sottovoce. Mi accorsi che anch’io stavo sorridendo. Era una vecchia battuta, di quelle che però durano perché dicono una verità.

– Gli imputati non vogliono giustizia, vogliono essere assolti. Gli avvocati degli imputati non vogliono giustizia, vogliono che i loro clienti siano assolti.

«E adesso dirò una cosa un po’ forte. Nemmeno i pubblici ministeri vogliono giustizia. Salvo alcuni rari casi di palese malafede, però, non lo sanno. Loro credono di perseguire la giustizia, ma spesso confondono la condanna dell’imputato che considerano colpevole con l’idea della giustizia. E siccome per loro – per molti di loro – la condanna di chi considerano colpevole è giustizia, sono disposti ad accettare, a ignorare o addirittura a occultare la violazione delle regole di procedura che potrebbero portare all’assoluzione di un imputato che considerano colpevole, soprattutto se di un grave reato.

Pensai che se fossi stato un pubblico ministero di quelli bravi, che conoscevo e che si comportavano in modo impeccabile, mi sarei incazzato a sentire un discorso del genere.

[…]

Quando tornai a seguire, Larocca si avviava alla conclusione.

– Nessuno vuole davvero giustizia? E, in una prospettiva più ampia, si può dare e soprattutto ottenere giustizia? Sono domande cui non è possibile fornire una risposta nel breve spazio di una conversazione come la nostra. Fra l’altro una risposta condivisa implicherebbe un consenso, in realtà inesistente, sul significato del concetto di giustizia, che di volta in volta è stato equiparato a quello di legalità, di imparzialità, di uguaglianza, formale o sostanziale e così via.

«Certo però è che, fra lo scetticismo radicale di chi considera utopistica e ipocrita la stessa aspirazione alla giustizia e i fanatismi più o meno mascherati in cui si celano nuove versioni della legge del taglione, esiste uno spazio delle regole, delle garanzie e dei diritti. Diritti degli imputati e degli indagati, certo, ma anche delle persone offese dai reati. È in questo spazio, lo spazio dei giuristi, il nostro spazio, che è possibile e lecito – con fatica, ma al riparo dall’arbitrio e dalla prevaricazione – cercare di ricostruire verità, accertare responsabilità e infine dispensare punizioni. Con senso del limite e accettando l’idea che in molti casi un colpevole verrà assolto e che questo è il prezzo da pagare per un sistema in cui sarà difficile (anche se non impossibile) che un innocente venga condannato.

«Ognuno sarà libero di chiamare come meglio crede i risultati di questo sforzo. Anche giustizia, naturalmente. Grazie per avermi ascoltato.

Ci fu un secondo di silenzio sospeso e quasi vertiginoso. Poi scoppiò un applauso formidabile. Dopo qualche secondo anch’io cominciai ad applaudire.

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