Elogio dell’uomo medio, tra Stoner e Tony Webster Vinti o vincitori? Riflessione sugli uomini "deboli", protagonisti del romanzo di John Williams e de "Il senso di una fine" di Julian Barnes, vincitore del Man Booker Prize

“Che cosa ti aspettavi?” si domanda William Stoner in punto di morte.

“La mia esistenza si era sviluppata o solo accumulata?” si chiede Tony Webster, e incalza: “Che ne sapevo io della vita, io che ero sempre vissuto con tanta cautela? Che non avevo mai vinto né perso, ma avevo lasciato che la vita mi succedesse?”

Quando ho letto “Stoner” di John Williams (edito da Fazi) e “Il senso di una fine” di Julian Barnes (edito da Einaudi) ho avvertito una sorta di parallelismo. A prima vista verrebbe infatti da incasellare i due protagonisti – arrivati alla mezz’età di un’esistenza alquanto lineare e tranquilla – nei “vinti” di verghiana memoria.

Vinti “della” e “dalla” vita. Ma proprio questo è il punto: che significato ha la vita? Che cos’è che ci fa dire di averla vissuta degnamente? Chi è che può dirsi vincitore, e chi è vinto, nella lotta persa in partenza con il tempo e la memoria?

Ecco cosa arriva a pensare Tony Webster, che si definisce il classico “uomo nella media” in tutto e per tutto:

Certe volte penso che lo scopo dell’esistenza sia quello di riconciliarci, per sfinimento, con la sua perdita finale, dimostrandoci che, indipendentemente dal tempo che ci vorrà, la vita non è affatto all’altezza della propria fama.

Non è certo più tenero il professore William Stoner quando osserva:

Spietatamente, vide la sua vita come doveva apparire agli occhi di un altro. Ponderatamente, con calma, realizzò che doveva sembrare un vero fallimento.

La verità è che fare bilanci è raramente una gioia. E io dico che se non lo è da giovani – quando si è facile preda di assolutismi, che per fortuna il molto tempo a venire ha quasi sempre modo di stemperare-, figurarsi se può esserlo a mezz’età o quando, per dirla con una splendida poesia di Kavafis, si allunga la penosa fila di candele che sono i giorni alle nostre spalle e si accorciano le candele vivide innanzi a noi.

Questo senso di tristezza e di rimpianto accomuna i protagonisti di questi due libri molto profondi, scritti in epoche ben lontane tra loro: John Williams pubblicò “Stoner” nel 1965 (ma non ebbe successo, infatti la riscoperta si deve a una ristampa del 2006 e in Italia Fazi l’ha editato nel 2012); invece “Il senso di una fine” è del 2011 ed è valso a Julian Barnes il Premio Man Booker Prize che gli era sfuggito in tre precedenti occasioni.

JULIAN BARNESNel libro di Barnes c’è anche un altro aspetto molto importante ed è quello del rapporto tra tempo e memoria. In estrema sintesi, Tony Webster comprende che la vita è quella che ci raccontiamo, è solo una delle infinite narrazioni possibili, tenuto conto del fatto che “mentre da giovane sei in grado di ricordarti la tua breve esistenza tutta intera, più tardi la memoria si riempie di toppe e di brandelli” per cui “quello che si finisce per ricordare non sempre corrisponde a ciò di cui siamo stati testimoni”.

Una ricostruzione che, nel “medio” Tony che aveva presto “rinunciato a vivere”, scaturisce dall’improvvisa necessità di ripensare alla propria gioventù, dopo aver ricevuto una piccola eredità dalla madre di Veronica, sua ex fidanzata, e aver appreso dell’esistenza di un diario di Adrian, il suo migliore amico morto suicida, che Veronica aveva preferito a lui molti anni addietro.

Viviamo nel tempo; il tempo ci forgia e ci contiene, eppure non ho mai avuto la sensazione di capirlo fino in fondo. Non mi riferisco alle varie teorie su curvature e accelerazioni né all’eventuale esistenza di dimensioni parallele in un altrove qualsiasi. No, sto parlando del tempo comune, quotidiano, quello che orologi e cronometri ci assicurano scorra regolarmente: tic tac, tic toc. Esiste al mondo una cosa piú ragionevole di una lancetta dei secondi? Ma a insegnarci la malleabilità del tempo basta un piccolissimo dolore, il minimo piacere. Certe emozioni lo accelerano, altre lo rallentano; ogni tanto sembra sparire fino a che in effetti sparisce sul serio e non si presenta mai piú. 

Nessun alone di mistero, né segreto da svelare, permea invece la storia di William Stoner, che si snoda nella prima metà del Novecento. Figlio di contadini, Stoner si affranca quasi suo malgrado dal destino di massacrante lavoro nei campi, coltiva la passione per gli studi letterari e diventa docente universitario. Si sposa – infelicemente- ed ha una figlia che cerca invano di proteggere dalla frustrazione materna; affronta vicissitudini professionali nell’ambiente universitario e, inaspettatamente, a 43 anni scopre l’amore. Un dono che si porterà dentro fino al suo ultimo giorno, malgrado neanche il sentimento per la studentessa Katherine sia stato capace di imporsi sulle scelte già tracciate.

Proprio l’amore costituisce un altro punto di contatto tra i due libri. Naturalmente né Tony Webster con la moglie, né William Stoner con l’amante, sono riusciti a difendere e a far trionfare il proprio sentimento, eppure entrambi dedicano parole di delicata devozione alla donna amata.

Il modo in cui Tony guarda l’ex moglie ormai avanti negli anni, con cui ha mantenuto un rapporto di amicizia, è davvero toccante:

Lei vede solo quello che se n’è andato; io, solo quello è rimasto. Ma sono comunque gli occhi quelli che continuiamo a guardare, no? E’ negli occhi che abbiamo trovato l’altro ed è ancora lì che lo troviamo, malgrado il tempo che passa. Gli stessi occhi nella stessa faccia di quando ci siamo conosciuti, abbiamo fatto l’amore, ci siamo sposati, passato le vacanze assieme, fatto una figlia, comprato una casa, insomma ci siamo amati e pure separati. Ma non è solo questione di occhi. Anche i modi che Margaret ha di essere se stessa e il suo modo di stare con me.

E anche la tardiva scoperta di William Stoner è descritta in modo splendido:

A quarantatré anni compiuti, William Stoner apprese ciò che altri, ben più giovani di lui, avevano imparato prima: che la persona che amiamo da subito non è quella che amiamo per davvero e che l’amore non è una fine ma un processo attraverso il quale una persona tenta di conoscerne un’altra.

STONEREcco, la domanda che mi pongo dopo aver letto, riletto e amato profondamente questi due libri è questa: può dirsi davvero inutile la vita vissuta da chi ha provato sentimenti così alti e puri ed è capace di riflessioni profonde e disincantate sul senso dell’esistenza? Chi può dirsi immune da rimpianti e tristezza, sbagli e rinunce?

Verrebbe da considerare fortunato chi dice di non averne, chi arrivato a una certa età sente il petto gonfiarsi di orgoglio e di soddisfazione. Oppure finge? Forse non vede o non vuole vedere? Chi può dirlo.

Né Tony Webster né William Stoner posseggono la risposta definitiva. Anche se alla fine, ognuno a suo modo, hanno una vera e propria rivelazione. Mi piace chiudere con quella di William Stoner:

La coscienza della sua identità lo colse con una forza improvvisa e ne avvertì la potenza. Era se stesso, e sapeva cosa era stato.

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