Eros e Scrittura/6 – Mistero del piacere femminile Il romanzo di Antonella Cilento è un affresco fantasmagorico della Napoli barocca, che fa da coprotagonista alla storia di una giovane donna che scopre l'eros e l’amore.

C’è un insondabile mistero che finirà per ossessionare Avicente Iguelmano, medico fallito giunto nella fantasmagorica Napoli del Seicento per rifarsi una reputazione: il piacere infinito che può provare la donna “senza alcun bisogno dell’uomo stesso”. Un’autentica “potenza immensa, capace di smontare palazzi e sradicare alberi” che il dottore, che non è certo un pozzo di scienza, scopre quando gli viene affidato l’arduo compito di risvegliare Lisario Morales, una giovane di nobile lignaggio che è piombata in un sonno invincibile dopo essere stata promessa in sposa a un vecchio bavoso e gottoso.

La straordinaria protagonista del romanzo “Lisario o il piacere infinito delle donne di Antonella Cilento  (edito da Mondadori) è, tra l’altro, rimasta muta da bambina a causa di un maldestro intervento al gozzo che avrebbe dovuto correggerle l’indole “canterina” e l’attitudine alla “straparola”, mal tollerata in una società in cui “la femmina è nata per obbedire, tacere e soffrire”.

Ma Lisario ha trovato la sua personale salvezza nella biblioteca paterna, in cui ha imparato a leggere e scrivere e si è affidata alla potenza salvifica della letteratura, dalle “novelle esemplari dell’eccellentissimo Signor Miguel de Zerbantes” fino a William Shakespeare. Un segreto che conosce soltanto la Madonna, alla quale la ragazza apre il suo cuore ingenuo nelle lettere che custodisce gelosamente.

E’ proprio alla beata Vergine che Lisario svela come Avicente Iguelmano è riuscito nel miracoloso risveglio, in virtù del quale diverrà poi suo marito:

Signora, ma per caso hai Tu dato fratelli a Nostro Signore? Sorelle? Ce l’ha fatta il tuo Santo Sposo a varcare la Soglia che Nostro Signore ha varcato con il suo Spirito Santo?

A guardarmi la mia di soglia mi sembra che ci voglia ben altro dello Spirito Santo, ma Tu perdoni questa Gallina che ha imparato a leggere, vero Signora? […]

E quanta imperfezione in me terricola e in questo Dottore che mi ha guarita giocando con la soglia mia imperfetta: mi sono divertita eccome, Signora, lo so, lo so che non si fa… All’inizio sembrava frugasse nel mastello, senza sapere cosa fare, ma poi, pian piano – perché ho capito già che gli uomini sono bambini e non imparano mai veramente – il gioco gli è venuto meglio…

Che vergogna, vero? Dovrei provarla?

Suavissima, non posso parlare con il Padre Confessore e questo mi limita assai nelle domande: tutto quel che posso chiedere è nei libri e se non c’è lo chiedo a Te.

Quello di Antonella Cilento è un affresco incredibile della Napoli barocca, fra Masaniello e la peste, che fa da sfondo o forse da coprotagonista alla storia di questa giovane donna che scopre il piacere e l’amore, raccontata con un linguaggio originalissimo che mescola toni aulici e popolareschi.

L’universo femminile è dunque il grandioso mistero che si dipana nella rutilante narrazione della scrittrice napoletana. Ne fanno parte anche “le zoccole di Tonno d’Agnolo, che si chiamavano zoccole non in onore dei grandi ratti che circolavano anche di giorno per le strade napoletane, ma a causa delle scarpe di legno che tuzzuliavano sul basalto e facevano accorrere i soldati spagnoli meglio di una fanfara”.

Infatti, anziché preoccuparsi d’essere un buon marito per la povera Lisario, Avicente Iguelmano pensa bene di esaminare le prostituite per riuscire a venire a capo del segreto del piacere femminile e arriva a costringere la stessa moglie a fare da cavia per i suoi pseudo studi:

Lisario girò la testa, si guardò riflessa nello specchio e iniziò a muovere le dita. Labbra di carne entravano e uscivano dalle pieghe scavate dalle dita – Avicente fissava l’immagine riflessa – come se grotte alpestri nascessero e poi morissero, c’erano dirupi che si incarnavano e slavine che si scioglievano. Era osceno, pensava Avicente, e le mani gli tremavano, la penna stretta fra le dita, il foglio per prendere appunti traballante, mentre fra le gambe, chiuso da quattro strati di spessa garza olandese, un verme cieco cercava l’uscita.

Malgrado tutto, però, Lisario riuscirà ad assaporare il vero amore con il talentuoso pittore francese Jacques, lasciandosi travolgere da una passione degna delle sue segrete letture:

Signora Miracolosissima,

l’Amore è arrivato. Io non più aspettavolo e invece, come scrive il signor Ludovico Ariosto, eccolo: “Che non è insomma amor, se non insania?”. Lisario muta impazzisce. Non può dire il suo Amore se non con mani e piedi e corpo. E se Quel Corpo manca è come se il cielo fosse un fondo di tazza e il cuore che batte un sasso razzolato da pollame e l’aria che si respira risucchiata dalle porte del Castello! E tutto muore.

Ma quando l’Amato c’è, Signora, nascemi il Sole dai piedi, posso saltare il Mare, succhiare gli alberi dai prati e generare popoli di uccelli: così accade? Oh, come mi sembrano superflui ora i miei Libri, e anche lo ScriverTi mi sembra vano poiché Tutta Ti prego mentre Amo! […]

Non mi sorride affatto l’idea di morire per mano del Padre o del Marito e questo pensiero, nonostante io sia Felice come mai sono stata in vita mia, mi assale all’improvviso, specie la notte o quando sono sola.

Rileggo allora il Signor Ariosto e penso d’esser con Astolfo sulla Luna e guardo l’astro che illumina il Castello, ché “là su infiniti prieghi e voti stanno che da noi peccatori a Dio si fanno…”

Ne seguiranno altre avventure, intrecci e colpi di scena che rendono davvero intrigante la lettura, capace di scavare senza falsi moralismi nelle profondità dell’animo femminile.

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