Eros e scrittura/2 – Le favolose minne, delizia e tormento! Gola tentatrice e irresistibile lussuria si mescolano nell'intensa storia al femminile di Giuseppina Torregrossa

Le superbe cassatine che occhieggiano in copertina, ricoperte di glassa bianca con al centro le ciliegine candite, non potevano che indurmi in tentazione e così, con la stessa golosità con cui sono solita gustare questa delizia siciliana, mi sono goduta la lettura de “Il conto delle minne” di Giuseppina Torregrossa, edito da Mondadori.

Non conoscevo quest’autrice ma la sinossi del romanzo mi ha subito intrigato. Il fatto è che ho un debole per le storie di donne che impastano, è il caso di dire, tradizioni familiari, gastronomiche e culturali e miscelano sapori e profumi di terre che amo (come, in questo caso, la feconda Sicilia) nel racconto di un passato che, quasi sempre, possiede un filo più o meno invisibile che lo tiene unito al presente.

In questo sorprendente libro, il dolcissimo fil rouge sono appunto le deliziose “minne”, la cui ricetta segreta nonna Agata insegna alla nipote Agatina per onorare, a febbraio di ogni anno, la Santa di cui entrambe portano il nome e di cui le racconta il martirio da parte del crudele console Quinziano che, non sopportando di sentirsi respinto, le fece tagliare le mammelle.

Per Agatina, che soffre della mancanza di affetto da parte dei genitori e si nutre delle premure della nonna paterna, le cassatelle costituiscono un immenso piacere per il palato, non appena la bocca si riempie di crema di ricotta, zucchero e cioccolato, ma anche un’assicurazione per la salute, perché secondo la nonna l’avrebbero sempre tenuta lontana dalle malattie o l’avrebbero aiutata a guarire. Questo dolce amuleto non solo accompagna Agatina nella sua vita ma, incarnando simbolicamente il seno femminile – infatti la nonna le raccomanda che siano sempre in numero pari! – rappresenta l’emblema della forza (e talvolta della debolezza) delle donne della sua famiglia.

Personalmente ho amato molto le pagine del romanzo dedicate alle due bisnonne di Agatina – Luisa, quella paterna e Assunta, quella materna – e all’adorabile nonna Agata.

Nonna Agata amava via Alloro, la sua casa piena di correnti e soprattutto l’odore di dolci, lievito e farina che la riportava indietro nel tempo, alla sua giovinezza, quando la vita aveva il colore dorato delle mafaldine appena sfornate, la consistenza morbida delle cassatelle che lei stessa preparava, l’odore penetrante dei biscotti all’anice, la lucentezza della glassa che colava tra le sue mani operose.

Questa parte de “lu cuntu” mi ha conquistato, perché mi ha fatto pensare all’antica sapienza della mia nonna materna che mescolava, anche lei, abilità culinaria e sue personali riflessioni esistenziali, magari cristallizzate in detti e proverbi che ancora ricordo con nostalgia. Valgano ad esempio i consigli che nonna Agata (che, quanto a feeling con il marito, non era stata molto fortunata) dispensa alla nipotina sugli uomini:

Prima o poi te ne accorgerai anche tu che qui in Sicilia, isola di cruzzuni, i desideri delle donne non contano niente, mentre quello che vogliono gli uomini diventa destino.

Siccome gli uomini tutto quello che gli racconti presto o tardi te lo fanno pagare e siccome quello, anche se ti viene padre, sempre uomo è, meno cose ci fai sapere meglio è per te.

 

Il conto delle minneMolto bella è anche la figura della bisnonna Luisa che custodiva le sue minne come un tesoro prezioso, da quando il marito Gaetano le aveva sbottonato la camicetta e preso a tormentarle il seno per la prima volta, donandole un piacere così acuto da rasentare l’estasi.

Perciò Luisa era stata la prima della famiglia a consacrarsi a Sant’Agata, anche se purtroppo questa devozione non le assicurò fino in fondo la protezione che sperava.

Ma ho trovato straordinaria anche la storia della bisnonna materna Assunta Guazzalora Santadriano, che aveva l’animo e la forza incredibile di un brigante (e naturalmente grosse minne!) e che sposò un bandito da cui ebbe otto figli e con cui fece l’amore ogni notte che passarono insieme.

Purtroppo il marito Gaspare morì prematuramente ma donna Assunta se ne fece saggiamente una ragione e divenne presto una sorta di “capo carismatico” dell’intera comunità del paese, oltre a far crescere e studiare tutti i suoi figli.

La sua era una forza antica, che veniva dal nucleo più profondo della personalità, da quel luogo misterioso che appartiene solo alle donne e a cui esse attingono per resistere alle avversità.

Credo che sia questa la chiave di lettura anche della parte del romanzo dedicata alla vita di Agatina che, divenuta ormai adulta nonché ginecologa – quale miglior professione per celebrare il potere femminile! – torna a Palermo e si lascia irretire in una relazione clandestina – con un uomo molto diverso da lei – che fa assumere alla storia una svolta decisamente erotica e, a tratti, assai torbida.

Forse far l’amore non è l’espressione giusta, perché non c’è nulla di tenero né di affettuoso nei nostri gesti. Noi ci mordiamo, lottiamo, ci aggrappiamo l’uno all’altra, ci divoriamo, agitati da una frenesia che sconfina nel cannibalismo.

Lui è impazzito per le mie minne, grandi, bianche, sode, abbondanti; la sua passione è contagiosa e io mi lascio travolgere. Siamo già caduti nella trappola dell’ossessione erotica.

[…] Compiacere un uomo è una cosa, buttare via una professione – anzi, un’identità – un’altra. Ma Santino Abbasta oramai decide per me. 

Gola e lussuria, perdizione e sofferenza, e alfine rinascita, si mescolano in queste pagine forti e dense, che imprimono al romanzo una sterzata decisamente inattesa, eppure a parere mio si ricollegano al motivo fondamentale di questo straordinario cuntu:

Sono le donne che possiedono il segreto della vita, che tessono pazientemente giorno dopo giorno la storia delle loro famiglie e poi la raccontano agli altri perché ne facciano tesoro.

 

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