Eros e Scrittura/5 – L’ossessione che divora La protagonista del romanzo d'esordio di Leila Slimani è una donna ingabbiata in una dorata normalità, che si logora tra sensi di colpa e pulsioni incontrollabili.

Sarebbe troppo facile e banale etichettare come una “ninfomane” la disinibita e inquieta protagonista del romanzo “Nel giardino dell’orco” di Leila Slimani (edito da Rizzoli).

La storia di Adèle non è una sorta di riedizione dello scandaloso diario di Valérie Tasso, pubblicato nel lontano 2003 e tradotto in tutto il mondo. Anzitutto non è una vicenda autobiografica né l’orgogliosa rivendicazione di una consapevole scelta di vita improntata all’assoluta libertà.

E’ invece una storia per la quale l’autrice franco-marocchina, premiata con il più prestigioso premio letterario del Marocco, ha dichiarato di essersi ispirata alla cronaca e alle ricerche sui drogati di sesso e sulle pulsioni ossessive.

E’ l’erotismo l’autentica ossessione di Adèle, giornalista mediocre e insoddisfatta, moglie ingabbiata in una dorata normalità e madre sopraffatta dalla responsabilità, che cerca rifugio in un’insospettabile doppia vita.

Una scelta per cui prova spesso forti sensi di colpa, ma che alla fine le sembra l’unica via d’uscita:

È una settimana che resiste. Una settimana che non cede. Adèle è stata brava. In quattro giorni ha totalizzato trentadue chilometri di corsa. 

Ma stanotte ha fatto un sogno e non è riuscita a riaddormentarsi. Un sogno bagnato, interminabile, che le si è insinuato dentro come una ventata d’aria calda. Adèle non riesce a pensare ad altro. Si alza e beve un caffè forte nella casa ancora addormentata. Vorrebbe essere solo un oggetto in mezzo alla folla, vorrebbe essere divorata, succhiata, inghiottita tutta intera. Vorrebbe che le pizzicassero i capezzoli, che le mordessero il ventre. Vorrebbe essere una bambola nel giardino di un orco.

Purtroppo è presto svanita in lei l’illusione che “la nascita di un figlio l’avrebbe guarita” e non riesce a trovare un saldo ancoraggio nel rapporto di esasperante routine con suo marito, medico specialista in gastroenterologia. Una relazione in cui molte coppie di lungo corso potrebbero specchiarsi:

Si baciano poco. I loro corpi non hanno niente da dirsi. Non hanno mai provato attrazione né affetto l’uno per l’altra, e in un certo senso questa mancanza di complicità carnale li rassicura. Come se dimostrasse che la loro unione è al di sopra delle contingenze fisiche. Come se avessero già elaborato il lutto per qualcosa che le altre coppie abbandoneranno a malincuore, tra urla e lacrime.

Quello che invece Adèle cerca nei suoi innumerevoli amanti occasionali è, in fondo, un suo personale “senso esistenziale”:

Adèle non va fiera e non si vergogna delle sue conquiste. Non tiene il conto, non memorizza i nomi, tantomeno le circostanze. […] Non ha ricordi precisi ma gli uomini sono gli unici punti di riferimento della sua esistenza. Ogni stagione, ogni compleanno, ogni avvenimento della sua vita corrisponde a un amante dal volto sfocato. In quell’amnesia generale fluttua la rassicurante sensazione di aver vissuto mille vite attraverso il desiderio degli altri.

E quando, a distanza di anni, le capita di incontrare un uomo commosso che le confessa con voce seria: «Ce ne ho messo di tempo per dimenticarti», prova una soddisfazione immensa. Come se non fosse stato tutto inutile. Come se, suo malgrado, in quell’eterna ripetizione si fosse insinuato un senso.

Ma, dunque, l’orco del titolo è il sesso o il marito?

A questa domanda Leila Slimani ha risposto che “ci sono tanti orchi, perché la società non ammette che le donne possano avere certe pulsioni. Questo mondo è abituato a far sentire le donne colpevoli”.

Anche Adèle infatti vive sempre in bilico tra il logorante senso di colpa e l’ossessione che la divora e in cui la Slimani ci fa sprofondare senza ipocrisie, con una scrittura erotica convincente:

Adèle è giù nuda. Gli graffia il collo, gli tira i capelli. Adam scherza e si eccita. La spinge con forza, la schiaffeggia. Adèle gli afferra il pene e se lo infila dentro. In piedi contro il muro, lo sente penetrare dentro di lei. L’angoscia svanisce. Ritrova sensazioni familiari. L’anima si alleggerisce, la mente si svuota. Stringe i glutei di Adam, imprimendo al corpo dell’uomo dei movimenti bruschi, violenti, sempre più rapidi. Vuole raggiungere il suo obiettivo, è prigioniera di una rabbia infernale. Inizia a gridare: «Più forte, più forte».

Leila SlimaniLa cruda verità è che nessuno nel romanzo è felice. Questa storia è una scabrosa ed efficace messa in scena della società attuale, in cui molti sono vittime di una quotidianità che è mera convenzione, prigionieri di gabbie invisibili che impediscono di godere appieno delle gioie della vita, sesso incluso.

E che l’inevitabile deriva a cui giunge Adèle possa essere l’inizio di una sorta di riscatto – come lascia trasparire una possibile chiave interpretativa dell’ultima parte del romanzo – non convince fino in fondo.

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