Figli di genitori separati, istruzioni per la sopravvivenza Il tema complicato della "famiglia scoppiata", al centro dell'ultimo romanzo del giovane scrittore napoletano Marco Marsullo, è affrontato con ironia e sagacia: c'è molto da sorridere, un po' amaramente.

A volte capita che i titoli dei libri non rispettino le promesse. “I miei genitori non hanno figli” di Marco Marsullo (edito da Einaudi) non tradisce la “levità pensosa” che suggerisce: il punto di vista è evidentemente quello di un figlio che fa sorridere, e fa riflettere, sulle dinamiche di una famiglia come ormai ce ne sono tante. Una famiglia scoppiata, insomma, con tutto quello che ne consegue.

Del giovane scrittore napoletano avevo già letto il romanzo d’esordio – “Atletico Minaccia Football Club” – piacevole miscellanea di calcio e personaggi esilaranti (stile Tony Pagoda di Paolo Sorrentino), ma questo nuovo romanzo ha l’ambizione di affrontare temi più spinosi, pur in chiave sempre ironica e brillante.

Noi figli dei separati siamo come ostaggi. Merce di scambio, casi diplomatici, dividiamo l’opinione pubblica. Solo che non c’è una nazione con il fiato sospeso che affanna per la nostra sorte. Ci siamo solo noi, e basta. Le due controparti, talvolta rumorose, a bisticciare tra loro, talvolta silenziose, si alternano nel gioco di ruolo dei reclamanti e dei rapitori. Ognuna è nel giusto, l’altra il demonio da debellare con qualunque mezzo. Spesso i mezzi sono tremendi, piú violenti della bomba atomica, piú subdoli delle torture cinesi. Le mie controparti, nello specifico, sono il caso peggiore tra tutti: mia mamma non smette un attimo di ciarlare di mio padre, mentre con mio padre non è possibile nominare mia madre. Corto circuito. Due input opposti e da rispettare senza mai distrarsi. Pena: la tensione. E la tensione fa male, piú di una bella litigata. Il silenzio è la peggiore arma di distruzione (familiare) di massa mai inventata.

Figlio unico di due genitori medici “che, una volta finiti gli amici medici da scambiarsi, hanno deciso di divorziare”, il protagonista e voce narrante aveva tredici anni quando suo padre se ne andò di casa per una classica faccenda di corna.

I miei genitori non hanno figliOra che è faticosamente cresciuto, si trova alle prese con la scelta della facoltà universitaria ma soprattutto con due genitori con i quali l’incomunicabilità resta totale: se sua madre si riempie pateticamente la vita di compagni improbabili, viaggi, ristoranti e corsi d’ogni genere (esilarante la lezione pseudo-mistica a cui trascina il povero figlio!), invece suo padre vive in campagna in un isolamento che è tutt’altro che benefico per la sua capacità di relazionarsi con gli altri.

Mio padre ha passato ore e ore, forse mesi, sommando le sue escursioni nella natura, da solo. E non è mai tornato cambiato. Questo è il mistero che, ai miei occhi, lo rende fragile e indifeso, benché sia una persona impossibile da frequentare per piú di nove minuti senza che ti venga un gran mal di testa. Perché è complicato inventare un dialogo con un uomo che ha passato la maggior parte del tempo insieme ai cani. Che saranno anche stupendi, ma non possono risponderti. Mai.

Naturalmente entrambi vorrebbero che il figlio seguisse le loro orme (“a me hanno insegnato che o fai il medico, il magistrato, l’ingegnere, o è tutto inutile. Meglio andare a mendicare in un angolo di strada e sperare nella buona sorte”) e naturalmente credono sia giusto sfruttare la loro posizione per aiutarlo (“Muoviti a laurearti, gli dice il padre, che io posso darti una mano prima che vado in pensione, dopo per me con le conoscenze diventa complicato”) ma nessuno dei due si rende conto di quello di cui il ragazzo ha realmente bisogno.

Certo la storia non è particolarmente originale, e marcia senza colpi di scena verso un epilogo che non è difficile intuire fin dal principio, però strappa più di un sorriso e fa riflettere sulle tristi e assurde dinamiche, che molto spesso si generano nelle coppie e di cui sono i figli a pagare purtroppo le conseguenze.

Il problema sono quei metri quadri impossibili da riempire, tua madre che non esce piú dalla sua camera e tuo padre che non sai neppure che occhi abbia prima di chiuderli e dormire, altrove, ovunque ma non nei metri quadri che, su tutto, volevi fossero il posto piú sicuro del mondo. Allora cominci a fingere, perché è l’unica cosa che puoi fare: diventare complice del silenzio. E non parli piú di nulla che non sia una bugia. Avere tredici anni e nessuna piantina per uscire dalla giungla senza alberi in cui ti hanno rinchiuso con una promessa di gioia spezzata a metà.

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