La gemella silenziosa, pathos e mistero sull’isola di Skye Avvince e inquieta la storia di Tremayne, che scandaglia i segreti di una famiglia colpita da un lutto terribile.

E’ letteralmente un libro da brividi “La gemella silenziosa” di S.K. Tremayne (edito da Garzanti). Non perché sia un horror – piuttosto un thriller psicologico – ma perché è una storia che fa vibrare abilmente le corde delle emozioni più intime suscitando, di volta in volta, sentimenti di dolore, inquietudine, dubbio e finanche paura.

L’empatia è immediata: come restare indifferenti al dolore di una famiglia perfetta, sconvolta dal lutto devastante della morte di una figlia? Come non provare pena soprattutto per la sorellina sopravvissuta che ha perduto la sua gemella identica, “la sua seconda anima” ed è rimasta chiusa “in un abisso di isolamento” per ben quattordici mesi?

E’ infatti l’elaborazione della perdita il dramma con cui, ognuno a suo modo, devono fare i conti i membri della famiglia Moorcroft: la madre Sarah, la più fragile e provata psicologicamente; il padre Angus, in bilico tra il desiderio di protezione e la difficile gestione del suo stesso dolore (e di verità che lui solo conosce) e naturalmente la piccola Kirstie, di appena sette anni, che sembra emulare sempre di più atteggiamenti e comportamenti della gemella scomparsa Lydia.

E’ qui che si insinua l’atroce dubbio: e se a morire, precipitando dal balcone della casa di vacanza dei nonni materni, non sia stata la più tranquilla e silenziosa Lydia – la preferita di Sarah – bensì l’estroversa e vivace Kirstie, la più vezzeggiata da Angus?

la gemella silenziosaDistinguerle è sempre stato impossibile, se non per le diversità di carattere e di preferenze. Possibile allora che Kirstie abbia iniziato a comportarsi come la sorella per tenerla in vita dentro di sé? Purtroppo nemmeno la genetica, nel caso delle gemelle, è in grado di dare una risposta certa sulla loro identità. E persino l’atteggiamento del cagnolino di casa accresce il dubbio lacerante che la bimba sopravvissuta possa essere Lydia anziché Kirstie.

Il trasferimento della famiglia in una vecchia casa ricevuta in eredità, nello scenario splendido e selvaggio ma a dir poco inquietante dell’isola scozzese di Skye, finisce naturalmente per acuire l’angosciante interrogativo che raggiunge l’acme quando la piccola chiede a Sarah perché continui a chiamarla Kirstie: “Io sono Lydia. Kirstie è morta, mamma, non io”.

E’ dunque questa la verità? O è la verità che si è costruita una delle due “gemelle di ghiaccio” dagli occhi blu e dai capelli chiari come la neve? Lei che sostiene d’essere Lydia ma che, comunque, Kirstie non se n’è mai andata ed è ancora lì con loro?

La paura si insinua sottile e cresce implacabile, a mano a mano che emergono anche tutti i dubbi sulla reale felicità di Sarah ed Angus e sui rispettivi tradimenti e terribili segreti.

Invidio noi stessi, invidio com’eravamo; sono l’invidiosa vicina di me stessa, della Sarah di un tempo. Quegli odiosi Moorcroft, con la loro vita perfetta, completata da quelle due gemelline adorabili e dal loro bel cagnolino. Eppure le cose non stavano proprio così: quella felicità perfetta era solo un’illusione. Noi due non eravamo sempre felici, almeno non dopo l’arrivo delle gemelle. Anzi, in quei primi, difficili mesi successivi alla loro nascita ci siamo quasi separati.

Eppure malgrado tutto il legame tra loro resta, così come emerge disperato il tentativo di rimettere insieme i cocci delle proprie esistenze, di recuperare le tessere mancanti del puzzle per comprendere come stanno realmente le cose, quali sono le colpe di ognuno e in che modo tali colpe siano la radice del terribile incidente:

Forse quando si ha un figlio in comune rimane sempre un legame d’affetto sottotraccia, come un relitto sommerso.

E quando si condivide la morte di un figlio, si resta uniti per l’eternità. E loro due non solo avevano condiviso la morte di una figlia, l’avevano condivisa due volte.

Una storia molto avvincente, nella quale niente è quello che sembra in apparenza ed è drammaticamente chiaro che tutte le certezze della vita possono infrangersi come uno specchio troppo fragile.

La morte delle persone che amiamo è molto peggio della nostra morte. E ogni tipo di amore è una forma di suicidio, ci distruggiamo da soli, ci arrendiamo, uccidiamo qualcosa dentro di noi, volontariamente, ogni volta che amiamo davvero.

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