Maturità, tra smartphone e cartucciera la “furbizia” trionfa Dovrebbe essere il primo esame della vita adulta, invece è l'emblema della mentalità dell'imbroglio

Ricordo di aver vissuto gli esami di maturità, a metà degli anni Novanta, come il primo vero banco di prova della vita adulta, ma anche come un’amarissima presa di coscienza del radicato “modo all’italiana” di affrontare le prove. Un vero spartiacque per me, al punto tale che, ancora oggi, ripenso al periodo “pre-maturità” come una sorta di età dell’oro di pura e irripetibile ingenuità, come se fino ad allora io fossi stata un’anima candida al giardino d’infanzia.

Ecco perché oggi non mi stupisce leggere articoli come quelli de “Il Fatto Quotidiano” sulla maturità 2015, che denuncia come uno studente su tre abbia ammesso di aver copiato o usato internet durante le prove o come la metà degli studenti dica di conoscere già in anticipo le materie della terza prova, in programma oggi.

La verità è che gli esami di maturità sono emblematici (in negativo) della pervicace e, ahimé, inestirpabile “mentalità dell’imbroglio”. Era così quando li ho fatti io, figurarsi oggi, che ci si sono messe anche le nuove tecnologie a decuplicare le possibilità di raggiro. Sicché, in sostanza,  è come se si dicesse a un ragazzo: caro mio, qua funziona così, va avanti chi è più furbo e se finora non lo sapevi, da adesso è il caso che apri gli occhi e ti adegui, o magari ti attrezzi anche tu. Perché poi, diciamocela tutta, a non essere “attrezzati” finisce che ci si sente fessi, ma veramente gli scemi del villaggio.

Se ci ripenso mi sembra incredibile ma davvero io, prima dell’esame di maturità, non contemplavo alcuna possibilità “alternativa” allo studio. Forse perché internet e social erano ben di là da venire o forse perché i miei genitori mi avevano educato all’etica dell’impegno e del dovere (e basta!), fatto sta che non figurava minimamente nel mio sistema di pensiero la possibilità di copiare e mettere in atto sofisticati “raggiri” per cavarmela alla bella e meglio.

Sicché ricordo ancora il mio ingenuo stupore quando una compagna di classe mi mostrò il suo ampio armamentario: mille temi per i licei, temi svolti d’ogni tipo di materia, Bignami e sintesi d’ogni genere, vademecum, pillole, traduzioni et similia. Meraviglia! E io che mi ero sempre fatta un culo così per approfondire anziché sintetizzare: mai ferma al solo libro di testo, vai con la consultazione di altri libri presi in biblioteca, dei libri di parenti e di amici, di tutto quello che poteva servire per saperne di più e non per conoscere il minimo indispensabile. Anche perché, come ho già detto, stiamo parlando di un’epoca preistorica, in cui non solo i dinosauri si aggiravano nei cortili ma neanche la più fertile delle menti avrebbe potuto immaginare l’invenzione di internet e la possibilità di scovarvi tutto lo scibile in fatto di sintesi, traduzioni, commenti, saggi, temi, pillole e chi più ne ha più ne metta, per semplificare sistematicamente la vita agli studenti e non solo a loro.

Però, malgrado la scoperta, rimasi una “dura e pura” fino alla fine. In primis mi piaceva scrivere ed essere originale nel farlo, quindi non potevo immaginarmi a scopiazzare temi svolti, grigi e piatti. In secondo luogo adoravo latino e greco e me la cavavo egregiamente nelle traduzioni. In terzo luogo amavo le materie umanistiche, tutte, e quindi ero una secchiona persa e punto 🙂 

cartuccieraEbbi un solo cedimento. Qui lo confesso! Vinta come tutti dall’angoscia tremebonda della notte prima degli esami – e sentendomi una cretina, perché tutti i miei compagni e praticamente tutti gli studenti del liceo ce l’avevano! – passai l’intera giornata prima dello scritto d’italiano ad organizzare la famigerata cartucciera, prestatami generosamente da mia cugina.

Quindi andò a finire che mi presentai anch’io con una camicia-sacco a dir poco informe, sotto la quale – da Rambo della cultura! – celavo un doppio strato numerato di “mini-papiri” piegati a fisarmonica e vergati in caratteri miniaturizzati. E visto che sono in tema di confessioni, ammetto che mi ero pure allenata a tirarli fuori dal taschino corrispondente – previa consultazione di apposito indice, trascritto su mini-papiro custodito nella manica – e a farli scorrere nel palmo con perizia, mediante movimento ad hoc del pollice.

Quando ci ripenso, mi viene da ridere. Soprattutto perché, quando riecheggiarono dal corridoio le tracce dei temi, mi resi conto immediatamente che, per me, la cartucciera era soltanto una coperta di Linus, una sciocca rassicurazione psicologica. Il tema ero perfettamente in grado di farlo da me, anziché scopiazzare uno stereotipato testo da temario. Così, come sempre era stato fino ad allora, preferii mettere in moto  l’inventiva e tirare fuori le riflessioni che erano frutto delle mie conoscenze, della mia sensibilità e della mia testa pensante. Insomma scrissi liberamente, malgrado la morsa della cartucciera da samurai mi stritolasse il busto, togliendomi quasi il fiato e costringendomi a star dritta come fossi seduta su una mazza di scopa.

Il giorno degli orali fu fonte invece di un’altra rivelazione, ancora più sconvolgente: si potevano “agganciare” i membri della commissione! Un altro mondo nuovo si spalancava all’improvviso ai miei occhi, consumati da giorni e nottate sui libri di italiano e greco.

La rivelazione me la fece la compagna che avrebbe sostenuto gli orali dopo di me, mentre ascoltavamo trepidanti la prima esaminata della giornata, la quale mi pareva trattata con molta “benevolenza”. Scoprii allora, prontamente informata dall’amica in questione (che mi pareva edotta su tutto e tutti!), che il padre della nostra compagna era un docente universitario, la cui moglie aveva una scuola privata, presso la quale dava ripetizioni anche il nostro membro interno, il professore di matematica (per chi lo ricorda, c’è stato un tempo in cui c’era un solo professore interno e tutti gli altri esterni).

Io invece ho provato ad arrivare al presidente di commissione” mi sibilò la serpe all’orecchio. “Mia zia è molto amica di una sua cara cugina e così gli ho fatto arrivare la segnalazione. Speriamo bene“.

Ed io? Che avevo fatto io invece di “provare ad arrivare” a un professore della commissione? Mi fu definitivamente chiaro che ero una terribile ingenua, appartenente ad una famiglia che viveva fuori dal mondo. Cavolo, non ci avevo mai neanche pensato né, tanto meno, qualcosa di simile era stato pensato dai miei genitori che, evidentemente, dovevano essere più fessi di me.

Io mi ero semplicemente scelta le materie che preferivo – italiano e greco – e mi ero fatta come sempre un culo così tra letteratura, commenti, tragedie da leggere in metrica. Basta, null’altro mi aveva mai sfiorato. Neanche il cibo in verità, tant’è che in un mese di studio matto e disperatissimo avevo perso più di cinque chili e, essendo già magra di mio, ero dovuta  andare a comprarmi un jeans nuovo alla 012 Benetton!

Tuttavia il lieto fine era scritto per me, in quegli anni. Con una prova orale strepitosa ebbi il mio sudato 60/60, scavalcando l’ostacolo e non cercando scorciatoie e sotterfugi. Lavoro + Merito = Risultato. Consequenziale, logico, semplice.

Se mi guardo indietro, credo che gli esami di maturità siano stati gli ultimi giorni della mia personale “età dell’oro”: quella in cui mi sono potuta concedere il lusso di credere nel sacrificio come unico mezzo per raggiungere un obiettivo e nel merito come unico metro di valore.

Se infatti all’università ho adottato lo stesso metodo, lo studio, e tanto mi è fortunatamente bastato (malgrado ulteriori “bagni di realtà” dura e sconcertante), invece il mondo del lavoro ha brutalmente fatto piazza pulita di ogni mia pia illusione e ha sbrindellato completamente la mia visione ingenua delle cose. Ma questa è un’altra storia, con cui ancora sto facendo amaramente i conti e che, magari, racconterò prossimamente.

Credo che di storie simili alla mia ce ne siano a migliaia. Potremmo fare una “terapia di gruppo” per riprenderci dalla delusione che si è sedimentata dentro di noi o, forse, c’è qualcuno che crede ancora che si possa essere artefici di un cambiamento meritocratico :-)?

 

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4 thoughts on “Maturità, tra smartphone e cartucciera la “furbizia” trionfa Dovrebbe essere il primo esame della vita adulta, invece è l'emblema della mentalità dell'imbroglio

  • 22 giugno 2015 at 17:55
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    Hai perfettamente ragione!! Io ho sempre cercato di dare il mio meglio e di fare le cose a modo mio però quando vedevo che una persona che aveva copiato prendeva più di me mi saliva il nervoso!!XD

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    • 22 giugno 2015 at 19:15
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      Verissimo 🙂 Il problema è che questa “mentalità” non si esaurisce qui e poi sfocia in clientelismo, raccomandazioni, annessi e connessi… e il merito va a farsi benedire!

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      • 23 giugno 2015 at 8:44
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        La meritocrazia non esiste ne a scuola e ne nel mondo del lavoro qui in Italia però funziona così 🙁

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        • 23 giugno 2015 at 10:05
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          Già, purtroppo è così, ma questo mi fa incazzare… e troppe volte mi deprime 😉

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