MY LIFE/2 – Giornalismo, la mia tragicommedia!

Se la mia vita sentimentale è complicata come il cubo di Rubik, non è che la mia professione sia fonte di maggiori soddisfazioni, anzi. Avevo scelto di dedicarmi alla comunicazione per sfuggire alle frustrazioni del giornalismo, ma alle volte sono i fattori esterni (gli altri, le circostanze o entrambe le cose) a decidere per noi. E così negli ultimi mesi mi ritrovo di nuovo catapultata nella realtà da cui mi ero allontanata e, vi assicuro, non è una bella realtà.

Vi racconto qualche episodio emblematico. Parto dalla POLITICA, che anche a livello locale è (indigesto) pane quotidiano.

Quanto odio le persone che danno la mano molle è il primo pensiero che mi attraversa la mente, mentre faccio conoscenza con il sindaco di una piccola città, che sembra uscito dai film di Antonio Albanese.

Cette La QualunqueSignorì, il suo giornale non mi tratta troppo bene, eppure mi sono comprato la pubblicità”.

Mi divincolo subito dalla presa fastidiosa, e in più sudaticcia, e tento di spiegargli che redazione giornalistica e concessionaria di pubblicità sono due entità ben separate. Missione impossibile, ovviamente.

“Peppino, accompagna ‘a giornalista a sedersi davanti – ordina ad un lacchè – che mo’ esco sul palco a chiudere ‘a festa del nostro amico consigliere”.

Meglio, penso tra me e me, che senso avrebbe un’intervista vera ad un soggetto che fa impallidire Cetto La Qualunque? Devo pur sempre sforzarmi di scrivere un pezzo politico e non una satira di costume.

Mi viene in mente “Carta straccia”, un libro di qualche anno fa di Giampaolo Pansa:

la messa in scena di una quantità di personaggi, tutti attori di una recita alla quale ho partecipato anch’io, di volta in volta commedia o tragedia.

Pansa fa una disamina spietata del “potere inutile” dei giornalisti italiani rispetto ai grandi poteri. Ma anche con i piccoli, ahimé, c’è poca differenza. I potentati locali, li definisce qualcuno. Il clientelismo eletto a sistema, dico io, dalla capitale fino alla minuscola periferia.  

Il Cetto in questione è da anni il dominus di una cittadina agricola, è un ricco e chiacchierato imprenditore del ramo agroalimentare, pater familias come si può esserlo da queste parti dove tutti sono in qualche modo legati tra intrecci personali e di affari.

Giampaolo PansaDarsi una presentabilità, per puntare al di fuori dei confini comunali, dev’essere l’obiettivo per cui da qualche tempo si fa affiancare da un traffichino di partito che si atteggia da spin doctor. Gli parla fitto fitto nell’orecchio ai piedi del palco. Immagino che gli stia suggerendo le perle di saggezza da dispensare alla platea annoiata, zeppa di clientes che devono assolutamente farsi vedere lì. Speriamo lo abbia edotto anche sulle regole basilari della grammatica, visto che il nostro Cetto è celebre per le esilaranti invenzioni linguistiche.

“Cari amici, vi ringrazio per la vostra presenza e partecipazione”.

L’inizio è accettabile, un po’ meno il fazzoletto in fronte per detergersi il sudore. Certo per umanizzare la dizione bisognerebbe scomodare il logopedista del film “Il discorso del re” ma resto in ascolto trepidante.

“Io ritenko che è molto impottante quest’iniziativa per la nostra comunità. E ringrazio per il suo contributo all’organizzazione il nostro amico consigliere Etmonto Sorgento”.

Mi sa che nel prontuario della lingua italiana fornitogli dallo spin doctor c’è scritto che i nomi maschili finiscono solitamente in o, i femminili in a. Ergo il consigliere ricandidato si chiama Sorgento, anche se all’anagrafe pare che risulti essere Sorgente.

E’ davvero troppo per le mie orecchie. Ma la verità è che da tempo mi sento preda dell’avvilimento. Non riesco neanche più a sorridere della variegata galleria umana in cui mi imbatto, soprattutto quando penso al ruolo che i Cetto di turno rivestono e alle conseguenze che questo avrà su una società già preda di un imbarbarimento galoppante.

Passiamo alla CRONACA BIANCA.  Confesso che mi indigno profondamente, ma non mi sorprendo, quando in pieno centro cittadino vado a seguire un sit-in organizzato in favore dell’accoglienza dei migranti e mi tocca comparare i quattro gatti del centro sociale cittadino con le centinaia di ragazzine urlanti, accorse da tutta la regione in un locale vicino per vedere quella che mi hanno spiegato essere una coppia di “tronisti bonissimi”. A tal punto conta questo presunto status che la parola “tronista” è entrata nel vocabolario corrente: ma dove andremo a finire?

Sono stata teenager anch’io, e non un secolo fa, ma queste ragazzine di oggi mi atterriscono. Non mi sono dimenticata le inconfessabili paure mescolate ai mille sogni, la personalità che cerca di farsi strada nella rassicurante omologazione del gruppo con le sue mode (ai miei tempi c’erano i paninari!), i linguaggi, i rituali. Ma una certa televisione non aveva ancora prodotto i suoi danni irreversibili, imponendo un modello culturale “reality show” di pura e atroce vacuità. E poi i cellulari non avevano ancora invaso la vita di tutti con l’assurda ossessione della reperibilità perenne, che a volte mi fa rimpiangere i pomeriggi passati a fissare il telefono di casa (quello a disco, che oggi appare preistorico come la clava dei cavernicoli) per aspettare l’agognata chiamata del primo fidanzatino. Ma soprattutto i social network non avevano ancora distrutto il pudore individuale e collettivo, dando in pasto tutto il possibile alla piazza virtuale per rincorrere la chimera di una connessione globale, che il più delle volte amplifica soltanto la solitudine reale e la povertà di relazioni autentiche.

Mi sconcerta constatare che queste benedette ragazzine sembrano tutte uguali, bambine vestite da adulte, strizzate in abitini ai limiti dell’indecenza e arrampicate su trampoli che sono un attentato alla staticità, con i loro telefonini sempre in mano: bisogna scattare le foto ai tronisti da postare subito su facebook e instagram e le dita laccate di colori improbabili corrono velocissime per twittare, whatsappare (e quant’altro) la notizia dello storico evento alle amiche che se lo stanno perdendo, magari dopo aver ottenuto un selfie con le due star.

Più in là invece i pochi sfigati che, nell’indifferenza generale, improvvisano uno striminzito corteo dietro lo striscione “pro migranti” e sventolano le foto dei poveri cadaveri di uno dei tanti naufragi che hanno reso il Mediterraneo un cimitero.

L’età media è un po’ più alta, c’è una prevalenza di maschietti non fighetti e anche le poche fanciulle non sembrano veline. Poi mi accorgo con stupore che il capo branco è lo stesso che vedevo ai tempi delle occupazioni alla mia scuola superiore! Allora era un giovane comunista di una trentina d’anni, ora è un sindacalista imbolsito sui cinquanta ma, oltre ad un bel po’ di grigio nei capelli e una prominente pancetta, sembra sempre uguale.

Porta ancora la kefiah al collo, ha lo sguardo spiritato (si ammazzerà sempre di canne?) ed il megafono stretto in pugno. Avrà vinto le battaglie di vent’anni fa o le avrà accantonate per sostituirle con quelle di moda oggi? Insomma tutto lo scenario, che neanche un commediografo avrebbe messo su con tanta efficacia, mi fa amaramente sorridere.

Infine la CRONACA NERA. Niente omicidi, però. Qui l’assassino più spietato oramai è la crisi.

Mi ritrovo a constatare che, malgrado l’inevitabile cinismo dell’esperienza che ho accumulato, sono ancora capace di piangere, mescolata nel branco di colleghi allertati dal suicidio di un pover’uomo rimasto senza casa e senza lavoro.

Quando sono arrivata, due poliziotti lo avevano appena slegato dalla fune dove penzolava al di sotto di una pensilina bianca, alle spalle del deposito di un supermercato dov’era anche la sua abitazione. La nuova proprietà del supermercato non intendeva riassumerlo e quindi, insieme al posto da guardiano, a giorni avrebbe perso anche la casa, al piano superiore del capannone.

«Vi chiedo scusa. Mi sento un fallito. Perdonatemi». Poche parole per la moglie e la figlia adolescente, vergate in stampatello su un biglietto stropicciato nella tasca del giubbino.

La solita calca di giornalisti, fotografi e telecamere per carpire dai familiari sconvolti, protetti dagli amici solitamente più disposti a parlare, tutti i dettagli di una vicenda penosa, destinata per ventiquattr’ore ad assurgere a paradigma del mostro della crisi.

Lo schema sempre quello: cronaca del fattaccio, profilo del pover’uomo e poi dichiarazioni d’ambiente, dati dei suicidi da disperazione in crescita e, dulcis in fundo, opinione illuminante di qualche “scienziato” d’ambito economico-politico o meglio ancora ecclesiale, ché ai predicozzi patetici sono più avvezzi. Poi l’oblio, ovviamente.

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