MY LIFE/3 – Molestie sul lavoro, il dilemma di noi donne: vi racconto la storia del Vecchio Verme!

I segni del destino esistono. Credo che sia capitato a chiunque di pensarlo nelle più varie circostanze. A me è successo qualche giorno fa, quando il mio sguardo in libreria si è posato su questa copertina: “Toglimi le mani di dosso” di Olga Ricci, pubblicato da Chiarelettere.

In realtà Olga Ricci è lo pseudonimo di una giornalista trentenne freelance – e già questo mi ha subito acceso una lampadina – che racconta la sua storia vera: dopo anni di studio e gavetta, durante un periodo di prova in un quotidiano nazionale, si è ritrovata nell’incubo (aggravato dalla precarietà!) delle attenzioni moleste e dei ricatti da parte del direttore.

Dire che mi sono profondamente immedesimata è poco. E’ quello che è successo anche a me non molto tempo fa, non in una redazione bensì in un ufficio stampa, ma in ogni caso non è il luogo di lavoro che fa la differenza. Purtroppo anch’io ho reagito come la stragrande maggioranza delle donne che preferisce non denunciare e lasciare il lavoro, sconfitta dal campionario di assurdi “pretesti” che è elencato nelle prime pagine del libro e che ho sperimentato allo stesso modo sulla mia pelle.

Toglimi le mani di dossoChe dire? Mi sono sentita meno sola e ho avvertito forte l’esigenza di recuperare le pagine fitte del mio diario a cui, al tempo, ho affidato tutto il mio muto malessere.

Perché, come sempre, la scrittura è la terapia della mia anima. Ma, in questo caso, non mi è servita fino in fondo per rimarginare una ferita che mi è rimasta dentro e che – come mi sono resa conto quando ho visto il libro – forse attende ancora una vera elaborazione interiore da parte mia.

Magari il primo passo può essere raccontare questa brutta storia, come ha fatto Olga, anziché tenerla segreta nel mio diario. Ecco dunque com’è cominciato tutto:

Ho guardato il Papa e il Presidente della Repubblica negli occhi.

Per tutto il tempo. Tanto che ad un certo punto mi è sembrato che lo sguardo bonario del Padre della Chiesa e del Padre del Paese fossero rivolti proprio a me. Che mi ricambiassero con accorata compassione, anziché essere colti nella fissità dell’immagine rituale di una benedizione ad una comunità locale e della presenza istituzionale da Capo della Repubblica in tutti i pubblici uffici.

Ma il mio viso era a un palmo dalla parete e, potendo scegliere tra le due immagini e le tre rituali bandiere che penzolavano inerti dalle aste, la mia mente ha preferito fissarsi sui volti appesi al muro. Così mi è venuto più facile estraniarmi da quello che stava accadendo. Ne ho studiato l’espressione, l’abito, i gesti perfetti e misurati. Mi sono interrogata sul momento in cui la foto è stata scattata, con il proposito di cristallizzare ogni aspetto adatto per lo scopo: mandare benedizioni preconfezionate ai fedeli di ogni angolo del mondo e rappresentare la guida della Repubblica in tutto il Belpaese.

Peccato che il Papa ed il Presidente non abbiamo potuto salvarmi a lungo dallo sguardo patetico del Vecchio Verme,  il mio capo e datore di lavoro, che mi osservava di sbieco, mentre mi spingeva il viso verso la giacca grigia d’ottima fattura e mi premeva la gota accanto alla sua nuca canuta. Altro che sguardo bonario – ho pensato ad un tratto – la loro è indifferenza! Non è forse quella che sperimentiamo sempre, anche quando le persone che abbiamo di fronte sono in carne ed ossa? E non è indifferenza che restituiamo a chi ci è accanto? Mi sono ritrovata a riflettere che l’indifferenza è il sentimento più diffuso e strisciante.

E intanto, nel silenzio indifferente della stanza e della mia stessa mente, la coscienza è stata schifosamente richiamata alla realtà dall’agrumata acqua di colonia che, in quella posizione, ha preso a salirmi su per le narici e che, per il resto dei miei giorni, so già che funzionerà da sgradevole intermittenza del cuore, rigettandomi in quel momento che vorrei dimenticare per sempre.

Sul colletto della camicia inamidata del Vecchio Verme ho notato una vistosa macchiolina di sangue. Ho immaginato la mano malferma del mio capo 65enne che si rade. Il sangue che non coagula subito. L’impossibilità di accorgersene, con la sua vista irrimediabilmente minata dal diabete che lo affligge.

Ma ciò che mi rimbomba ancora in testa è quel ritmico tonfo metallico, quel pulsare artificiale del cuore di lui, che fa tremare i polsi. Ho addirittura pensato che forse il pacemaker, o qualche altra diavoleria che impedisce al suo cuore malato di cedere, è stata la causa dell’assurdità di questo suo gesto. O forse, da quell’eco tragica che lascia dietro di sé, come se ogni sordo battito dovesse essere l’ultimo, è scaturito il suo impulso malsano ad attaccarsi a chi odora di gioventù, di bellezza, di vita, di orizzonte del possibile.

E le sue mani hanno provato a frugarmi: “Sembri una statua, sei bellissima!” ha biascicato mentre io tentavo, ancora inebetita e incredula, di liberarmi dalla morsa del suo abbraccio che non credevo potesse essere così soffocante.

Estraniarmi non poteva purtroppo salvarmi dallo choc né cancellare il suo gesto inatteso e sconvolgente, così mi sono ritrovata a fissare la piega senile del suo collo, la fila dritta dei denti inferiori nella bocca dischiusa in atteggiamento quasi implorante, e a chiedermi perché un uomo della sua età e nella sua posizione potesse fare una cosa simile a una giovane professionista.

“Ti prego, fatti abbracciare, ho solo bisogno di affetto”, ha tentato la via della giustificazione patetica, mentre io sono rimasta ostinatamente muta e stravolta. “Sono solo, lo sai”.

Ho seguitato a sistemarmi la camicetta e la gonna, come in trance, ma lui ha incalzato con voce querula: “Ma perché fai così? Che ti costa? Non ti chiedo niente, solo un po’ di affetto! Che c’è di male? Guardami per favore!”

A queste parole ho sollevato di nuovo lo sguardo verso di lui. Ho impiegato un istante a mettere a fuoco la scena. I miei occhi sono scivolati lentamente dall’espressione patetica, agli occhiali sbilenchi da un lato, dalla cravatta fuori posto, fino alla cintura slacciata. Teneva le due mani sul basso ventre e dalla cerniera aperta spuntavano radi peli ingrigiti e un verme raggrinzito che cercava di tenere su: “Vedi, non ti posso fare niente di male” ha mormorato, quasi a rassicurarmi.

Ho avvertito un conato di disgusto e mi sono portata le mani alla bocca. Ho tentato di uscire ma mi ha sbarrato la strada, continuando imperterrito ad incalzare con parole senza senso che neanche ascoltavo per davvero: “Era tanto tempo che non provavo qualcosa di simile. Ti voglio bene, te l’ho detto. Mi dici che c’è di male?”

Nella mia testa ha cominciato d’un tratto a scorrere implacabile il ralenty di episodi passati che pure mi avevano inquietato: i commenti allusivi di certe colleghe; alcune dipendenti di lungo corso che si vantavano d’averlo avuto da lui il “posto” e poi questuanti vari che si presentavano accompagnati da mogli (?) con l’aria allegra e quel tale… sì, quel tale dall’aria squallida che addirittura si fece ricevere assieme ad una specie di pornostar in minigonna e tacchi a spillo. Dopo pochi minuti, il Vecchio Verme andò via con quel patetico duetto, chissà perché. Me l’ero anche chiesto ma in fondo non era affar mio.

Ora tutto ha preso ad assumere una luce, un significato completamente diverso. Come se fino ad allora io fossi stata cieca o indifferente, appunto. In fin dei conti non mi aveva mai riguardato. Almeno fino a quel momento. Intanto il Vecchio Verme provava ancora a blandirmi: “Avevo paura ad accostarmi a te! Sei sempre così distaccata e rigida. Ma poi stamattina ho visto che ti sei messa la gonna”.

Un «e allora?» mi è rimbombato come un tuono nella testa, ma non ho emesso un solo suono. Sono rimasta lì a guardarlo con sguardo supplicante e  mi è sembrato che facesse dei lievi movimenti, come per tirarlo su. Mi è passato per la mente di dirgli che non ci sarebbe mai riuscito, neanche con un cappio stretto, con l’altro capo attaccato alle aste di quelle stramaledette bandiere. Ma la sola idea mi ha fatto sentire sporca e squallida quanto lui, sicché gli ho chiesto solo di farmi uscire, ma lui è rimasto fermo davanti alla porta e ha continuato con le sue patetiche sciocchezze: “Quante volte te l’ho chiesto? Perché porti sempre i pantaloni e mai una bella gonna?”

E che cos’era, mi sono detta, una specie di messaggio cifrato? Ho forse dato una risposta inconsapevole? E io che volevo soltanto sfruttare un tailleur buttato da mesi nell’armadio!

“E così, quando stamattina ti ho visto con la gonna, ho pensato che fosse il segnale che attendevo da mesi. Che finalmente avessi capito. Io ti voglio bene e ti stimo, perché sei brava. La più brava e la più bella che abbia mai incontrato”.

Brancolava, ma non voleva desistere. Andava a tentoni, in cerca del tasto giusto. Quale poteva essere? La vanità sessuale della femme fatale che resuscita i morti? Magari nobilitata da un “bene sincero” o solleticata dalla compassione del “vecchio solo ed inoffensivo”. O piuttosto la vanità primigenia del primato in bellezza? O la vanità femminista della donna con un gran cervello?

Lo diceva anche il demoniaco Al Pacino – in quel film straordinario che è L’Avvocato del Diavolo – che la vanità era il suo peccato preferito. Praticamente una trappola in cui è impossibile per chiunque non cadere, vittima del proprio ego.

Ma purtroppo per lui non c’era tasto che potesse premere: mi sentivo totalmente mortificata come donna, svuotata di senso come professionista, incazzata per essermi nascosta dietro un’indifferenza destinata ad essere squarciata. La resa dei conti alla fine era venuta.

Davvero era stato un fulmine a ciel sereno? O avevo voluto ignorare tutto, fintanto che il problema non si era presentato? Non mi faceva già tutto abbastanza schifo? Sì, ma non toccava me. Non direttamente.

Che colpa ha l’impiegata del bordello? Non fa la maitresse, non fa la puttana. Non giudica il datore di lavoro né i colleghi, men che mai i clienti. Ma l’indifferenza può davvero salvarla dal marciume? Peccato che ad un certo punto debba realizzare che, malgrado tutto, fa parte del “sistema”. E che non ha il coraggio di sbattere la porta, ma neanche quello di farsi fagocitare.

D’un tratto il suo colpo finale: “Ecco perché vorrei che tu mi rimanessi sempre accanto. Basta contratti a termine, basta precarietà, appena possibile voglio sistemarti in maniera definitiva”.

Bella giocata! Difficile essere insensibile a ciò che si desidera o di cui si ha bisogno. Ecco un tasto più azzeccato: prospettare la tangibilità di un desiderio o di un bisogno e suggerire il do ut des. Il tutto mi ha disgustato ancora di più: “Io non voglio niente! Non così!” ho biascicato con voce incrinata, anche se per dignità ho trattenuto le lacrime che continuavano a girarmi negli occhi e bruciavano maledettamente.

Alla fine mi ha salvato il questuante di turno alla porta. Il Vecchio Verme si è sistemato in fretta ed è andato a sedersi alla sua scrivania come se nulla fosse accaduto, tranquillo e rilassato sotto le facce del Papa e del Presidente e accanto alle tre bandiere flosce. Io ne ho approfittato per scappare via di corsa, con gli occhi bassi come una ladra e per infilarmi subito nel mio ufficio, chiudendomi la porta alle spalle.

Ho pianto. A dirotto. Di un senso intollerabile di schifo, di delusione, di frustrazione impotente.

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