MY LIFE/4 – Quando scrivere aiuta a chiudere i brutti “capitoli” ancora aperti della propria esistenza…

Alcune donne sono una vera ispirazione. Tra le mie muse in fatto di lettura e scrittura, da quando un po’ di tempo fa ho scoperto il “blog del mestiere di scrivere”, c’è Luisa Carrada.

Un suo bellissimo post  mi ha fatto scoprire un sito e un libro molto interessante “The happiness hypothesis”  di Jonathan Haidt, uno psicologo sociale che conferma che, tra le tante attività che possiamo svolgere per superare le difficoltà e trovare un senso alla nostra vita – condizione indispensabile della felicità – la scrittura è ai primi posti. 

Ma soprattutto, come sempre mi capita leggendo le profonde riflessioni di Luisa, ho avvertito un’intima risonanza, ad esempio quando scrive:

Guardare e sentire le parole in solitudine, contemplarle a volte, passarci del tempo, rileggerle nel tempo, ci fa finalmente capire.

Se si è capaci di scrivere la propria storia, si può chiudere un capitolo ancora aperto della propria vita, che ancora condiziona i nostri pensieri e ci impedisce di andare avanti verso una storia più ampia.

Non importa se fossimo o meno preparati quando il colpo è arrivato. A un certo punto, anche mesi dopo, tira fuori un pezzo di carta e mettiti a scrivere. Anche solo un quarto d’ora al giorno, per molti giorni di seguito. Non ti correggere, non ti censurare; non preoccuparti della grammatica e della sintassi; continua a scrivere.

Scrivi cosa ti è successo, come ti senti e perché ti senti così. Non imporre un ordine ai pensieri. Quell’ordine, col tempo, emergerà da sé.

A me è successo, succede esattamente così.

MY LIFE 4

Ecco perché sento il bisogno di andare avanti con il racconto del “colpo” che, negli ultimi tempi, mi ha segnato come donna (e ha segnato le mie scelte professionali) e di  rimeditare le pagine fitte e dolorose del mio diario del tempo:

Dopo le squallide avances che ho subito da parte del Vecchio Verme, alias il mio capo, mi sto logorando in un inconcludente rimuginio. Non so davvero che cosa fare, oltre ad alternare pianti di rabbia e di frustrazione.

Forse il vero problema è che tutti – io per prima – pensiamo sempre di non poter cambiare le cose. Che il gesto del singolo sia inutile per intaccare il “sistema” e di sicuro autolesionista per lui, che finirà per pagarne le conseguenze. A volte anche in modo estremo. Dinanzi alle tante cose che vanno storte, o sono palesemente ingiuste, la maggioranza delle persone sceglie di rimanere tranquilla nel gregge. E purtroppo io non sento di fare eccezione. La tempra dell’eroina non ce l’ho.

Se ce l’avessi, se tutti ce l’avessimo, dovremmo stare sul chi va là ogni istante della nostra giornata, a fare gli “ordinari paladini” del bene, della giustizia, della semplice civiltà. Quante cose che non vanno, anche apparentemente banali, si consumano ogni giorno sotto i nostri occhi indifferenti?

Mi sono messa a rimuginare che, se solo avessi un po’ di coraggio, dovrei reagire e mandare all’aria il “sistema” immorale che consente al Vecchio Verme di fare il dominus dell’ente.

Una denuncia per molestie? Temo che mi ritroverei sola, e proprio contro il “sistema”, non contro il singolo. Troppi (e troppe) sono compiacenti con lui – in cambio di contropartita – e scommetto che sarebbero disposti a sostenere che la mia è una vendetta per non aver ottenuto chissachè, magari pure dopo aver tentato di estorcerlo con ricatto al nobile pater familias. Quanti e quante si schiererebbero dalla mia parte?

Mi è sufficiente la collega che mi ha detto che, un giorno, rimpiangerò le “attenzioni” di cui sono oggetto. Forse non è mai stata vittima di un certo tipo di attenzioni. Le sfugge che c’è una bella differenza tra un cioccolatino sulla scrivania ed una pacca sul culo, tra il capo che ti corteggia discretamente e quello che ti propone uno scambio o peggio un ricatto del tipo scopata-promozione! Una vera manna per chi preferisce la via breve alla meta. Una tragedia per chi crede in altri mezzi e si ritrova addirittura a mettersi in discussione su tutti i fronti!

Ecco, se questa brutta storia fosse un film, la scena madre me la immaginerei così: in piena assemblea, io, la più giovane e l’ultima arrivata, mi alzo in piedi e tengo un accorato discorso di denuncia; il Vecchio Verme tenta di zittirmi ma io proseguo nel silenzio generale; quando termino, il silenzio è assordante e gli occhi di tutti bassi e sfuggenti, ma una collega si alza in piedi ed applaude vigorosamente e dopo di lei, altre ancora, finché è una standing ovation generale e lui esce dall’aula furente ma sconfitto.

il cambiamentoMa chi dovrebbe alzarsi in piedi?

Quella che ha avuto il posto da lui, sfruttando biecamente la situazione? Magari quella che, malgrado tutto, un po’ è stata buggerata ed aspetta ancora di avere l’intera posta in palio. Forse quella che si è fatta trasferire: in fin dei conti è un gesto di mancata resa, anche se non proprio di ribellione. E quella confinata nel peggiore degli uffici? Ma è talmente racchia, che forse hanno ragione quelli che dicono che con lei non ci ha neanche provato. In quel caso è solo questione di “meritocrazia”, è il caso di dire, visti i parametri di valutazione imperanti.

E io? Ad un tratto mi sono chiesta quanti poi credano davvero nella mia bravura. Immagino nessuno: chi può pensare che io sia un’anomalia del sistema?

Che ho ricevuto dal Vecchio Verme una normale proposta di collaborazione professionale, che ho accettato e punto, senza alcun genere di implicazione, almeno fino all’altro giorno. O forse, fin dal principio, lo squallido essere aveva in mente di ricattarmi?

Non lo so, davvero non so più che cosa pensare. Ma io so di essere seria, professionale, competente, qualificata… accidenti! Lo so fare il mio lavoro, questo è certo. E invece sono stata scelta per altre ragioni? Ma la possibilità di lavorare per me non può essere merce di scambio, né ora ne mai, e mi fa orrore chi pensa che noi donne siamo sedute sulla nostra fortuna. Che dire? Beata chi sa approfittarne, visto che è un mezzo tutto sommato comodo per raggiungere qualunque fine.

Io non posso. Davvero non posso. Non perché sia una santa Maria Goretti del terzo millennio o voglia guadagnarmi il paradiso, è che sono totalmente allergica a questo “modus operandi” e mi ripugna la sola idea che il sesso possa essere oggetto di uno squallido do ut des.

Insomma che fare? Lo struzzo, limitando i danni? Questa è la mia soluzione?

NON andar via; NON mettere in atto scene madri di denuncia; NON intentare una sacrosanta causa per molestie sessuali, bensì conservare il posto il più possibile, facendo finta di niente? Non lo so, non so che fare, anche perché di lavorare ho bisogno, accidenti!

La verità è che, gira e volta, io esco sempre perdente. Ho già perso.

Ho perso la tranquillità, la stima e la fiducia in me stessa, la dignità professionale. Ma sul banco degli imputati ci dovrebbe stare il Vecchio Verme. Non si vergogna di se stesso neanche un po’?

Figurarsi, lui è il grande uomo politico, l’uomo di potere, l’uomo che comanda.

Già, il potere. Il grimaldello supremo, che fa sempre coppia col denaro. Lo produce o ne è prodotto, ma il binomio è comunque indissolubile. In scena ci vanno sempre insieme e scintillano l’uno della luce dell’altro, in tutte le fantasmagoriche rappresentazioni della loro superiorità.

Proprio l’altra sera ne sono stata spettatrice: cena di gala di un consorzio di imprenditori locali, in un ristorante ultra chic, di quelli che sono l’habitat naturale del Vecchio Verme. Una circostanza che un tempo mi intimidiva, ma a cui ormai sono diventata piuttosto avvezza: anche i giornalisti hanno un “potere” agli occhi di costoro, che li rende meritevoli d’essere ammessi a consessi, che altrimenti non sarebbero di certo consoni al loro status socio-economico.

In pratica dei morti di fame tirati a lucido: c’è chi per una sera si sente davvero partecipe di un mondo a cui difficilmente apparterrà e chi come me – passato lo choc per aver speso più di quanto guadagni, per un vestito che raramente avrà modo di indossare nei suoi memorabili sabato sera tra sgallettati – finge di essere impegnata in un’autopsia sociale alla Truman Capote.

Ecco, per me il giornalismo è un’incredibile esperienza di trasversalità: si passa con disinvoltura dagli immigrati ospitati dal ricovero della chiesa di San Francesco, alle convention degli imprenditori e dei politici. Un giorno racconti il viaggio della mercanzia e dei fardelli invisibili e ancora più pesanti di dolore e speranza e, di sera, ti ritrovi a cenare in uno di quei teatri del lusso, dove fai fatica a capire i nomi arzigogolati dei piatti serviti dai camerieri. Lì ti accori e ringrazi Iddio d’essere nato nella parte giusta del mondo, qui ti chiedi che cazzo c’entri tu e ti rendi conto che sei nato non proprio nella parte ottimale della parte giusta del mondo.

Pensieri che tieni per te, naturalmente, fingendoti a tuo agio come se avessi sempre goduto delle migliori frequentazioni del caso. Pensieri che solo ogni tanto tiri fuori, quando proprio non ne puoi più di quella ridicola messinscena. Ecco, fuori al terrazzo scorgi  il giovane collega che sai morto di fame come te e che ti ha sempre mostrato cordialità e piena comprensione dei meccanismi di uno status che sperimenta sulla sua pelle. Tu sei a caccia di un istante di autenticità, vuoi scostare la maschera dal volto per una veloce boccata di ossigeno.

“Come diceva Enzo Biagi?” ti accosti a lui, con il sorriso di chi cerca sollievo. “Se non sbaglio, qualcosa tipo che i giornalisti sono dei poveracci che vivono in alberghi a cinque stelle”.

“Non sono i soli!” replica lui, quasi piccato. “Conosco un’altra categoria che si trova ovunque ci siano soldi, potere, agio ed è sempre ammessa ai luoghi che contano…”

Nella breve pausa sibillina l’ho fissato stranita, ignorando dove volesse parare e non comprendendo che preparava una stoccata.

“Le… donne!” ha esclamato con una gran faccia da schiaffi (e peggio).

Ecco, vaff… proprio quello di cui avevo bisogno! Era tutto il giorno che cercavo conforto e prove valide a sostegno della mia immagine pubblica di indiscusso merito professionale. Eppure, malgrado l’effetto pugno nello stomaco, la mia lingua è corsa veloce ancor prima del cervello: “Ah, ecco perché tua sorella la vedo ovunque!” ho replicato e, fulminea, ho girato sui tacchi.

Ho subito riavvitato la maschera dell’ipocrisia con doppia mandata e, dopo aver gettato il cacciavite, ho ingurgitato d’un soffio un flute di Moet & Chandon che, tra l’altro, il mio palato non è abbastanza fine da preferire ad un buono spumantino italiano.

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