MY LIFE/6 – La felicità triste di un amore “adultescente”

Vi capita mai, mentre assaporate un momento di felicità, di sentirvi un po’ tristi? Forse vi sembrerò contorta, ma a me succede.

Mi ritrovo a pensare che quell’emozione speciale non durerà, che quel momento perfetto sarà solo un’effimera illusione. Probabilmente sarà perché sto vivendo una bella storia ma dall’epilogo già scritto. Una storia di cui avevo un gran bisogno, per venir fuori dalla “boccia di tristezza” in cui boccheggiavo come un pesciolino, per la concomitante delusione sul fronte lavorativo e sul piano sentimentale.

Perché in fondo lo sapevo già come sarebbe andata a finire, quando ho risposto al messaggio di Alessandro e ho accettato di incontrarlo: non ho fatto mai mistero di subire il fascino di quest’uomo elegante e discreto, unica conoscenza positiva dell’ultimo anno alla corte di quel viscido Vecchio Verme del mio ex datore di lavoro.

MY LIFE 6

A 45 anni suonati, Alessandro è un uomo che può dirsi “realizzato”. Pienamente, brillantemente e su molti fronti, che afferiscono ai suoi talenti, alle sue passioni, ai suoi desideri. Un vulcano d’energia!

Da questo punto di vista, tra qualche anno, mi immagino di essere come lui. Poi però mi spaventa constatare quanto sia solo e concentrato esclusivamente, o quasi, su se stesso.

Ha uno stuolo di conoscenti ed amici, non è questa la solitudine a cui alludo. Il fatto è che è figlio unico, suo padre è morto da tempo, sua madre è anziana – ma il benessere economico lo tiene al riparo da incombenze pratiche, delegate sistematicamente a badanti di turno– e soprattutto non ha figli.

Dice d’essere anche lui in fase di stallo con una compagna di lunghissima data, professionista in carriera, che forse ha cominciato a stargli stretta proprio quando ha posto il problema del famigerato orologio biologico. Lui nega, ovviamente, e in fondo la cosa non mi tange. Perché so già che non potrà durare tra noi.

Non voglio fare l’adultescente, ecco tutto. Non voglio essere la fidanzata a vita (è quello che mi stava già capitando con il mio ex Massimo!) né mi vedo come compagna di svaghi di un eterno Peter Pan. Men che mai voglio ritrovarmi vittima della sua personalità narcisistica.

E’ che Alessandro mi ricorda troppo Aleksandr Petrovsky, il fascinoso artista russo fidanzato di Carrie di “Sex and City”: lei lo segue fino a Parigi e vive momenti di inebriante romanticismo, ma quando capisce che è destinata a venire sempre dopo la vita e l’arte dell’egocentrico compagno, lo lascia per tornare a New York [qui il momento in cui Carrie gli dice addio e gli spiega che cosa intende per amore!].

E, per rimanere in tema, il mio caro Leonardo  –  che ultimamente fa di tutto per convincermi che possa valere la pena di andare “oltre” la nostra bellissima amicizia – mi fa venire in mente il dolce Aidan, altro fidanzato sbagliato di Carrie 😉

Aidan è un uomo che sembra perfetto e Carrie sta quasi per sposarlo ma manda tutto all’aria perché, in fondo, sa che non potrebbe stare con lui senza fargli del male [qui il momento in cui lui le dà il giusto ben servito].

Ecco, la verità è che Leonardo non è quello giusto per me. Questo lo so, e basta. Anche se la sua dolcezza, e la sintonia che indubbiamente ci lega, alle volte quasi sembra trarmi in inganno.

A dirla tutta è proprio con Massimo – il mio fidanzato storico con cui sono impaludata in un penoso stand-by che è un’ignobile fine mascherata – che  in passato ho davvero sognato il matrimonio. Ma poi mi è passata.

Ricordo ancora vivida, con una fitta al cuore, la scena perfetta dell’acme del nostro amore, quando ci rifugiavamo nella casa al mare di un amico. Una casa piena di luce, di azzurro, di musica dolce che mettevamo su per starcene abbracciati.

Quel giorno, uno tra tanti che si è fissato indelebilmente nella mia mente, ce ne stavamo proprio così, nudi ed abbracciati stretti stretti. La nostra pelle era ambrata dai primi raggi del sole e c’era un nitore straordinario, un’aria di primavera piena che si mescolava al profumo dei nostri corpi belli ed innamorati.

– Sarà sempre così? – dissi a Massimo, mentre fissavo i suoi occhi profondi ed accarezzavo il suo bel volto, la piega del collo, i muscoli tesi dei pettorali.

– Io penso che sarà dolce, tra tantissimi anni, accarezzarci il viso, come adesso, anche se avremo un sacco di rughe… – rispose, scostandomi una ciocca di capelli dietro l’orecchio – e rivedere nei nostri occhi, che saranno invece sempre gli stessi, tutta la bellezza di oggi e tutto l’amore che avremo condiviso per una vita intera.

Com’era dolce allora il mio Massimo. Ma che è successo? Si è infranta quella promessa?

Tempo fa sono tornata in quella casa, in cui non ci rifugiamo più da anni. Era una mattina di maggio e mi sono sentita felice perché c’era il sole e l’azzurro e le rondini. Ma poi ho pianto perché non c’erano i baci, le carezze, la bellezza dell’amore di quel giorno lontano. Massimo non c’era. C’è nella mia vita, ma non è neanche la pallida ombra del ragazzo innamorato di allora. E nemmeno io sono la ragazza felice di quei giorni. E’ come se fossimo diventati due buoni amici, ma in realtà due perfetti estranei. Perché? Non lo so.

So che mi sono commossa quando ho letto il libro di Julian Barnes “Il senso di una fine” e precisamente il passaggio in cui l’uomo comune e senza qualità che ne è protagonista dice della moglie (che tra l’altro è “ex”, vorrà dire qualcosa?) che:

E’ negli occhi che abbiamo trovato l’altro ed è ancora lì che lo troviamo, malgrado il tempo che passa.

Gli stessi occhi nella stessa faccia di quando ci siamo conosciuti, abbiamo fatto l’amore, ci siamo sposati, passato le vacanze assieme, fatto una figlia, comprato una casa, insomma ci siamo amati e pure separati.

Peccato che forse a me, con Massimo, mancherà quello che c’è tra amarsi e lasciarsi. Il senso di una vita assieme.

Perché ciò che dura mi pare muoia? Il mio amore non riesce a diventare desiderio che dura? Forse il problema è questo.

Oggi come oggi, credo poco all’amore. Amore inteso come dedizione totale, incondizionata ed inestinguibile nel tempo, ad un’altra persona. L’impulso “totalizzante” può anche esserci, ma è effimero: dura il tempo che la novità non diventa routine e, quando si mantiene, lo fa sotto forma di abitudine. L’assenza di “condizioni” è pura utopia: do ut des è, forse anche giustamente, il credo a cui sono improntati tutti i rapporti. La durata nel tempo è relativa: per durare qualsiasi cosa non può essere sempre uguale, dunque anche i rapporti amorosi hanno bisogno di assestarsi di volta in volta su equilibri ed in forme differenti, tuttavia ho visto troppe unioni cristallizzarsi in una stasi perenne che non è un modo di eternare una condizione in sé pura e perfetta, bensì soltanto una passiva acquiescenza all’abitudinarietà più sterile e deteriore.

Il senso di una fineEppure credo molto all’amore. Amore inteso come passione vivificante; accensione incontrollata dei sensi; levità dei pensieri; magnetizzazione del corpo e della mente, coinvolti in un irresistibile gioco di attrazione reciproca. Profondo e superficiale, intenso ed effimero insieme. Impossibile prevederne la durata, assurdo provare ad immaginarne gli sviluppi: può condurre a tutto e a niente, può entusiasmare e deludere, lasciare l’amaro in bocca o un dolce e nostalgico ricordo.

Questo è l’amore che ho sperimentato finora io. Non escludo che per qualcuno possa esistere l’amore totale, incondizionato ed inestinguibile. Magari sono io che non riesco a contenerlo nel mio orizzonte limitato e limitante, che mi impedisce di assaporare la totalità e la pienezza di un sentimento che non sarà mai mio. Tuttavia l’amore che conosco è anche l’unica fiammella che io abbia mai visto accendere veramente ogni animo dal di dentro. Ma, che l’abbia   fatto poi ardere a fuoco lento o addirittura avvampare, comunque alla fine la fiammella si è estinta, lasciando un mucchietto di cenere, destinato a spandere nell’aria il fumo della routine o a esser spazzato via da una folata di vento.

La verità è che con Massimo sono impaludata nella stasi e nel rimpianto per quello che c’è stato e per quello che sognavo ci sarebbe potuto essere. Provo un affetto viscerale per Leonardo ma non penso che basti per andare oltre l’amicizia. Poi è piombato nella mia vita Alessandro che ha infiammato la mia fantasia e stravolto le coordinate del mio pensiero: so che con lui è una relazione amorosa, non solo un’avventura dei sensi, eppure sento chiaramente che la favola non potrà durare sia che si omologhi all’ufficialità, sia che resti nell’ombra.

E dire che sono nata all’ombra della famiglia Mulino Bianco e crescendo, mi sono resa conto della fortuna che ho avuto: un’infanzia serena e piena d’amore. Poi però ho capito che non è questa la “regola” e che, soprattutto, non è un modello facile da replicare. E’ diventato prima un idolo irraggiungibile, poi una gabbia dorata in cui fingere una felicità di acquiescenza con Massimo, prima che prendessimo atto della situazione.

Sarà colpa dei tempi o mia? Sono egoista, concentrata su di me, tutto sommato “adultescente” come Alessandro?

Intanto sperimento le mie personali vie emotive per la felicità, senza rimpianto.

Perché ho capito almeno questo: non bisogna trascurare di scoprire quello che ci appaga davvero e prendercelo, senza pentimento. Non perdere mai la curiosità per la vita e per tutte le emozioni che può regalarci e alle quali tornereremo con la mente per poter dire a noi stessi di aver vissuto e di non essere stati spettatori passivi della sabbia che cadeva nella clessidra del nostro tempo.

Di più non si può chiedere.

Le opportunità della nostra breve vita sono un po’ come “le passanti”: 

Ma se la vita smette di aiutarti

è più difficile dimenticarti

di quelle felicità intraviste

dei baci che non si è osato dare

delle occasioni lasciate ad aspettare

degli occhi mai più rivisti.

Allora nei momenti di solitudine

quando il rimpianto diventa abitudine,

una maniera di viversi insieme,

si piangono le labbra assenti

di tutte le belle passanti

che non siamo riusciti a trattenere.

[Qui la struggente interpretazione di Fabrizio De André].

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