Quanti “invisibili” attorno a noi! E' una badante moldava la protagonista di “Orfani bianchi” di Antonio Manzini. Una storia dura ma necessaria per gettare luce su vite e vicende che preferiamo non vedere, anche se ormai fanno parte della nostra società e di tante famiglie.

C’è una donna al centro del romanzo “Orfani bianchi” di Antonio Manzini (edito da Chiarelettere), che siamo abituati ad associare alle indagini del grande Rocco Schiavone, vicequestore fuori dagli schemi e dai soliti cliché a cui, di recente, ha prestato il proprio volto l’attore Marco Giallini.

Lo stesso scrittore romano ha spiegato di volersi misurare con un personaggio femminile: “una donna unica con una vita difficile che, per trovare un angolo di serenità, è pronta a sacrifici immensi”. Una scelta ispiratagli da un’esperienza concreta: la nonna di Manzini, che stava morendo, era accudita da una badante che veniva da un paesino della Romania e lui si era ritrovato a domandarsi quanto costa a queste donne rinunciare alla propria famiglia per badare a quella degli altri.

E’ quello che fa la protagonista di “Orfani bianchi”, un personaggio a tutto tondo come quelli che ci hanno già fatto amare la scrittura di Manzini, la cui storia getta luce su vite e vicende che non vediamo o preferiamo non vedere, anche se ormai fanno parte della nostra società e di tante famiglie.

Mirta Mitea è infatti una badante moldava, in Italia da cinque anni, che ha dovuto lasciare nel suo poverissimo paese una madre anziana, che dovrebbe essere accudita anche lei e soprattutto un figlio dodicenne, Ilie, già abbandonato dal padre.

E’ proprio sua madre a cercare di infonderle coraggio a distanza, grazie alla mediazione di un sacerdote del loro piccolo paese con cui Mirta comunica via email per avere notizie dei suoi cari:

Non ti preoccupare figlia mia. Vedrai che le cose si raddrizzano. La tosse va un po’ meglio e Ilie sta andando a scuola ogni giorno. La tua famiglia è forte, lo sai. E quelli che riesci a mandarci saranno soldi benedetti dal cielo. Altrimenti non mandare niente, per ora ce la caviamo bene. Non serve la legna, e anche le bollette della luce sono pagate. Per la stufa farò come dici, faccio mettere un po’ di mastice al tubo e tirerà ancora avanti per quest’inverno. Pensa a te. Non tornare. Qui non c’è niente. Ilie sta bene, non ti preoccupare. Ricordati sempre le parole che ti ha detto tuo padre tanti anni fa quando sei partita: lo fai per dare un domani a Ilie. Tu vivi oggi, Ilie è il domani. Io sono solo passato, e non vale la pena neanche fermarsi a pensarci. È un passato che non è servito, che dobbiamo solo dimenticare. Devi solo pensare al domani. Questo dice tua madre.

Purtroppo le disgrazie sono sempre in agguato e sembrano accanirsi contro Mirta, che cerca in ogni modo di far fronte alle difficoltà che si presentano in Italia e nel suo paese d’origine, in una comprensibile altalena di angoscia e speranza, frustrazione e dignità, dolore lacerante che tocca l’apice quando è costretta a prendere una decisione terribile che riguarda suo figlio.

Non avere un padre. E avere una madre che non può stare vicino a te ma a qualche migliaio di chilometri di distanza. Camminando e guardandosi all’indietro, Mirta aveva sentito come se lei e Ilie stringessero un filo di lana che si srotolava a ogni passo in più verso l’uscita. Poi quando era sparito nel refettorio, il filo s’era spezzato ed era rimasto lì, nel suo pugno stretto, l’altro capo a volare come la coda di un aquilone incagliato in un albero.

Antonio Manzini ci mostra senza retorica ogni sfaccettatura dell’animo tormentato di questa donna e, nel contempo, squarcia il velo sul comportamento di tanti italiani con uomini e donne stranieri, sui costanti pregiudizi, sulle piccole e grandi meschinità.

Aveva voglia di piangere. Fino a quando sarebbe stata colpevole per nascita? Fino a quando avrebbe dovuto sentire i piedi della gente sulla faccia senza poterseli togliere di dosso? Come se non avesse un orgoglio.

La fame te lo toglie, l’orgoglio. E ti toglie l’amor proprio, e la dignità. Come si fa a sopportare di essere colpevole di cose che non hai mai pensato? Solo perché altri quelle cose le fanno. Tutti i giorni. E quindi per riflesso le fai anche tu? Sarebbe mai arrivato il giorno in cui sarebbe stata considerata né più né meno che una donna e giudicata per le sue azioni? Fino a quando ce l’avrebbe fatta?

Era una domanda che le teneva compagnia da anni: fino a quando? Quella vita, fino a quando? Ogni volta l’orizzonte si rinnovava, sempre più distante, inavvicinabile. Costava fatica raggiungerlo, perché appena le sembrava di averlo a portata di mano quello rapido e irriverente si allontanava di nuovo. Dopo tutti i rospi salamandre e lombrichi mandati giù a cena pranzo e colazione, quanta merda l’aspettava ancora?

Con una scrollata di spalle cancellò l’eco dei suoi pensieri e si alzò dal tavolo.

C’era da pedalare. Pedalare e basta.

E’ davvero una storia toccante e dolorosa, quella di Mirta, ma necessaria. Per farci tutti un esame di coscienza, anziché farci irretire dai soliti facili pregiudizi, e provare a comprendere le persone come lei e “gli altri” – chiunque essi siano! – con buon senso e soprattutto con umanità.

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