Parole d’amore o di amicizia? Riflessioni sull’antica questione dell’amicizia uomo-donna, a partire dall’email di un amico (?) molto sagace

Ho ricevuto un’email molto divertente da un amico, che brilla per sagacia e humour.

Lo definisco amico, anche se lui ritiene che sia un’onta per la sua fama di maschio meridionale old style, al punto tale che trova più dignitosa la mera localizzazione nello stesso ambiente di lavoro, che ne fa banalmente un collega.

L’email mi ha fatto venire in mente un libro piuttosto originale che ho letto anni fa: “Le ho mai raccontato del vento del Nord” di Daniel Glattauer, edito da Feltrinelli. Originale perché è un vero e proprio epistolario telematico tra due perfetti sconosciuti che diventano buoni “amici di email” e, via via, anelano a qualcos’altro, anzitutto ad incontrarsi per capire se il rapporto tanto profondo e intimo – scaturito da un’email all’indirizzo sbagliato! – potrà mai reggere alla realtà extra internet.

Non è questo il caso del mio amico, pardon collega, che conosco e apprezzo anzitutto de visu ma, comunque, la questione di fondo è sempre la stessa ed è antica: è possibile una vera amicizia tra uomo e donna?

Diciamo subito le cose come stanno: la prima, forse ineluttabile, molla del rapporto tra un uomo e una donna è l’attrazione. Soprattutto da parte degli uomini. Chi in maniera maniacal-patologica, e chi in misura tollerabile, comunque ogni uomo all’inizio pensa a una donna attraente come potenziale partner di scopata.

AmiciziaSe poi la scopre intelligente, simpatica e con una certa personalità – se non è di quelli, non pochi, per cui la cosa è un potente deterrente! – finisce che pensa a lei come stabile amante (difficile trovare un single dai trentacinque anni in su) o amante da svolta romanzesca (c’è sempre chi vagheggia di mandare tutto e tutti al diavolo, nell’illusione che il presunto amore della vita non sfoci nel tedio da bieca routine) o addirittura moglie perfetta (comunque qualcuno che non è sempre occupato, come i bagni, esiste ancora o magari si è “liberato” di recente, seppur con prole ed ex moglie a carico).

Nessuno che, di solito, pensi ad un’amica, una che sappia ascoltare, una compagna di chiacchierata, una di quelle persone interessanti – rare come un diamante rosa – con cui parleresti per ore ed ore di tutto. Finanche di te.

Il te autentico, quello che viene dopo, molto molto dopo lo schema di conversazione trito: che tempo fa – come vanno le cose – che merda di lavoro – problemi di cuore e/o familiari – ti va di bere qualcosa insieme stasera?

Ma è il diamante rosa che io cerco. Il sesso complica tutto e il più delle volte impedisce di godere di ciò che di buono davvero può offrirti una persona. E’ che quando sono in funzione le parti basse, si mette in stand-by tutto il resto. E a me è tutto il resto che colpisce: l’intelligenza, la cultura, il senso dell’umorismo, la sensibilità, la sagacia. Mi piace il mondo visto da tutti gli occhi che sanno guardare ed offrirmi una prospettiva diversa, anche su me stessa. E credo all’intesa uomo-donna che prescinde dall’attrazione fisica.

Jorge Luis BorgesAllora, quando scorgo il “diamante rosa” tra le incrostazioni di tutto il resto, cerco di raggiungerlo e tenerlo per me.

I più ‘illuminati’, con il tempo e la conoscenza reciproca, arrivano da soli alla mia stessa conclusione. Sono quelli che, in definitiva, la pensano come me e sanno apprezzare il valore supremo di un diamante rosa. Altri bisogna portarceli pian piano perché, anche se imparano ad apprezzare il diamante rosa, proprio non sanno accantonare del tutto la molla originaria. Insomma, in fondo ci sperano sempre. Di scoparti o di sposarti. In ogni caso, accettano di buon grado di restare nella tua orbita, nella “ragnatela” direbbe il mio amico-collega. Ed io, secondo lui, andrei all’occorrenza dall’amico-preda ad attingere quello che mi occorre: c’è chi sa ascoltare, chi sa dire la cosa giusta al momento giusto, chi sa far ridere, chi sa far riflettere, chi è un pozzo di scienza e chi risolve i problemi pratici, chi è innamorato perso e basta ma in fondo gli va bene così.

A quale categoria appartenga il mio amico-collega non so dirlo, ma di sicuro è il diamante rosa che mi fa riflettere sempre con il sorriso, soprattutto su me stessa. L’ha fatto anche con l’email che mi ha inviato qualche giorno fa.

Eccola, la riporto con il suo divertito benestare, e dietro ovvia garanzia di anonimato, anche se del mio blog non gli ho voluto svelare assolutamente niente:

“TVB”, “TVB”…. Cosa vorrà dire quest’acronimo che chiude un sms della mia cara collega e, dice lei, amica?

Per giorni mi arrovello per darmi una risposta. Il ronzio è costante, continuo. Niente. “TVB”, “TVB”? I miei poveri neuroni, stanchi e già poco svegli per loro natura, nonostante i volenterosi sforzi profusi, sono impotenti ad illuminarmi. Stavo già per arrendermi, disposto finanche ad umiliarmi e chiedere lumi alla fonte, quando…quando…

Sabato pomeriggio, un sabato come tanti se non fosse che è uno splendido pomeriggio e se non fosse che, poco lontano da dove ho preso casa di recente, ci sarà una manifestazione. S’inaugura un impianto sportivo. E’ certo, io non ci sarò. Troppo faticoso ascoltare i soliti bla, bla, bla blaterati dai soliti megafoni. Ma aspetto paziente che tutto si esaurisca perché, memore di un invito fattomi dalla cara collega, alla quale ho difficoltà a dire di no, ho la speranza d’incontrala.

Mi avvicino, osservo i molti grugni e i musi quando, finalmente, ecco la sua faccia. E’ poco lontana da me, saluta alcuni di quei musi, e si muove; incede con il suo passo inconfondibile proprio verso di me. Forse mi ha visto.

Che delusione! Arrivata a circa due metri dal luogo dove staziono, mi scavalca e m’ignora, presa dal tipo che sta intervistando il proprietario della struttura.

Penso: ca…spita, sarò invisibile, o peggio, passo inosservato. Magari è soltanto perché il suo lavoro (di addetto stampa dell’iniziativa) ha la precedenza su tutto. Comunque, in un modo o nell’altro, attiro la sua attenzione. Mi sorride. Mi avvicino e, scambiatoci un rapido saluto, decidiamo di prendere un caffè insieme, visto che l’evento si è ormai concluso.

Non è da sola, purtroppo, ma almeno è in compagnia di un tipo (l’intervistato di prima) che sembra simpatico. Li dissuado dal sorbire il caffè nel bar poco distante e mi offro di accompagnarli non lontano, dove la bevanda è molto più buona. Accettano. Intanto il sole comincia ad essere stanco e si appresta a ritirarsi per il riposo notturno. Arriviamo al bar, ordiniamo i nostri caffè e, tra una piacevole chiacchiera e l’altra, ce lo gustiamo.

Mentre siamo ancora miscelando lo zucchero con la calda e nera bevanda, un telefono portatile irrompe con la sua consueta maleducazione. E’ il suo, di lei. Guarda il display ed ha un’esclamazione di fastidio. E’ “quel Peppe”, dice all’altro, e lei si è proprio dimenticata di coinvolgerlo nel “momento caffè”. Ma ormai è tardi.

Lei, spietata, lascia squillare senza rispondere. Perché? Semplice, risponde, se chiudo la comunicazione rifiutandola, lui capisce che non voglio rispondere; se, invece, lascio cadere la chiamata, se la lascio morire di morte naturale, lui penserà che non l’ho sentito.

Non era meglio rispondere, chiedo.

No. Perché “quel Peppe” è il collega di una tv locale che realizzerà un ampio servizio sull’inaugurazione dell’impianto in questione, che sta a cuore a lei e all’altro. Ebbene, secondo me, il poverino si è tanto prodigato nella speranza di poter fruire, per un poco, della compagnia del suo aguzzino. Ma lei non la vede così: Peppe era lì per seguire l’evento, nessuno gli ha chiesto di pubblicizzarlo più del dovuto. Insomma sarebbe stata un’iniziativa di lui che, forse, si aspettava una gratificazione. Ma, a parte il fatto che la dimenticanza non era voluta, lei non è tipa da alimentare false speranze, soprattutto in persone appiccicose e potenzialmente moleste, con cui preferisce mantenere la “cordialità minima” richiesta dalle circostanze lavorative. Ma le domando: la “cordialità” in questione non è una forma per approfittare dell’interesse altrui a proprio vantaggio?

Dillo se vuoi farmi sentire una stronza, taglia corto lei, ma io non mi comporto così e tu lo sai!

Intanto siamo tornati indietro. L’altro, che si è guardato bene dal prendere posizione nella nostra piccola disputa, si accomiata. Così restiamo soli e, mentre l’accompagno alla macchina, il tal Peppe non demorde e manda un messaggino. Chiede, azzarda, spera. Bisogna rispondere. Il parto della risposta deve essere ponderato, soppesato, calibrato. Deve essere gentile, questo ormai è acclarato, ma non troppo.

La guardo. Non ha ancora fatto in tempo a riporla e, l’apparecchiatura, fa sentire ancora la sua voce. Questa volta lo conosco: è uno degli amici della comitiva che frequenta, per cui risponde subito. Deve concordare l’ora per incontrarsi con lui e poi raggiungere gli altri in un ristorante a circa 50 chilometri. Fissa, lei, l’ora: venti e trenta.

Venti e trenta? Ma se sono già le venti e un quarto! Ci vorranno almeno venti minuti, traffico permettendo, per arrivare al luogo stabilito con lui. Scommetto che il paziente amico aspetterà un pochino: è tanto dolce l’attesa, se è lei che bisogna aspettare. E poi, altrimenti, perché sarebbe tanto caro? La guardo. Interessante e ineffabile, non c’è che dire. Ma il peggio ancora deve venire.

Siamo fermi e ci dobbiamo salutare. Confesso che aspettavo quel momento da quando lei rende più bella, con la sua deliziosa stronzaggine, la mia quotidianità al lavoro. Il momento è vicinissimo, io sono pronto. Lei mi saluta…. e come mi saluta? Da non credere. Mi saluta con due insulsi, inutili, incolori, insapori, anonimi bacetti, di quei bacetti – tanto per intenderci – che lei non lesina ad alcuno dei suoi amici invischiati nella ragnatela.

E’ troppo. Ed è allora che il cerchio si è chiuso. Ho finalmente capito il senso di quel “TVB”. Che fosse un segnale? Un momento di sincerità? Una scherzosa voglia di definirsi? Sì, dev’essere la definizione di se stessa: “Tipa Veramente Bastarda”.

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