Quando l’amore è più forte della morte La struggente storia di Susanna Tamaro ci insegna a cogliere l'eterno che irrompe nel tempo e, attraverso la poesia, a scorgere la parte più segreta dei giorni e la fiammella che arde in tutto ciò che ci circonda.

Tempo e destino sono sempre al centro delle riflessioni sul senso della vita. Ed io ho un debole per le storie che si interrogano su questo grande mistero, pur nella consapevolezza che,  come scrive Alessandro Piperno, “chi legge narrativa per avere risposte definitive fa un investimento sbagliato. Se non altro perché gli interrogativi davvero importanti sono quelli senza risposta. Dice bene Cheever: la narrativa deve illuminare e ristorare”. 

Può darsi che sia proprio illuminazione e ristoro quello che cerco in libri che mi hanno commosso come Stoner e Il senso di una fine e, più di recente, in “Per sempre” di Susanna Tamaro edito da Giunti, che mi ha emozionato al di là delle mie previsioni.

L’autrice triestina, di cui da ragazza ho molto amato “Va’ dove ti porta il cuore”, aggiunge un terzo ingrediente, oltre al tempo e al destino, ed è l’eterno.

Se non si comprende il senso del tempo, non si può capire il senso dell’uomo. Come l’agnello viene nutrito dalla madre, così il nostro tempo viene nutrito dall’eterno. Porsi fuori da questa maternità vuol dire porsi fuori da ogni possibile risposta di senso.

Per giungere a comprendere l’irruzione dell’eterno nel tempo, e pacificarsi con se stesso e con il mondo, il protagonista di “Per sempre” Matteo deve passare attraverso l’esperienza del vero amore e, soprattutto, del più profondo dolore.

Nella vita interiore si procede sempre con la morte al fianco – la morte delle persone che amiamo e la morte di quelle parti di noi che dobbiamo uccidere per andare avanti.

L’uno e l’altro sentimento sono descritti con delicatezza e profondità che lasciano un’eco profonda e struggente nel cuore.

Susanna Tamaro

E’ davvero meraviglioso l’amore di Matteo e della sua straordinaria Nora, la donna che ha saputo riempire il suo cuore, insegnargli che bisogna “imparare a vedere la filigrana, ciò che è nascosto nella parte più segreta dei giorni” e che, nel far questo, è preziosa la poesia che apre “piccole finestre nei giorni e sotto il grigiore quotidiano ci fa intravedere i bagliori di una realtà diversa”.

Quella notte abbiamo fatto l’amore a lungo e in silenzio, sospesi in una delicatezza che fino ad allora ci era sconosciuta. C’eravamo noi due e, intorno, la notte, e quella notte conteneva tutte le notti – la notte del mio cuore, quella del tuo, la notte in cui eravamo stati generati e quella in cui avevamo concepito nostro figlio, e anche la notte più grande e misteriosa, quella che – all’improvviso – avrebbe riassorbito in sé il nostro ultimo respiro. In quegli istanti, la trama della vita era scoperta e ci offriva l’inerme volto della sua fragilità. Per questo ci muovevamo piano, respiravamo piano e per questo, ancora più piano, ci sussurravamo l’un l’altra: «Ti amo…».

Susanna Tamaro

Ma c’è anche l’amore altrettanto potente del padre non vedente che sa scrutare meglio di tutti il cuore di Matteo e gli scrive una lettera bellissima per spingerlo a risollevarsi dall’abisso in cui è sprofondato dopo l’atroce e inspiegabile perdita che l’ha colpito:

Tu esisti per la mia volontà, per la volontà di tua madre, come puoi pensare, dunque, che io non sia in grado di accoglierti, che io non sia in grado di prendere la tua mano come quando eri bambino e camminare insieme? Che cos’altro è la paternità se non questo continuo accogliere, questa continua capacità di rigenerare chi si è generato? […]

Con il tempo, ho capito che il destino non è altro che la strada che devi fare per incontrare te stesso. Di ogni cosa, dunque, prima o poi, devi farti una ragione. […]

Non sono le cose che facciamo che danno qualità ai nostri giorni, ma come le facciamo. E dobbiamo sempre farle, dunque, nel modo più umano, nel modo più alto.

Da brividi (e lacrime) è anche la lacerazione straziante del dolore che per anni, dopo la morte di Nora e dell’adorato figlioletto, trascina Matteo nel baratro:

 Con gli anni, il tuo vuoto si era trasformato in una cattedrale di granito e questa cattedrale non aveva porte né finestre – non c’era alcun modo per entrarvi. Non si poteva entrare e non si poteva uscire. Una parte di me era rimasta prigioniera là dentro, come degli speleologi vittime della loro audacia. All’inizio c’era ossigeno e spazio sufficiente per compiere i movimenti elementari del corpo. Poi la roccia si era ristretta, l’aria rarefatta – avrei dovuto uscire per sopravvivere, invece ho preferito rimanere dentro. Sono iniziati così i processi di calcificazione, io cedevo parte di me alla roccia intorno, e la roccia, per osmosi, entrava dentro di me. Con gli anni, la parte viva lentamente si è trasformata in granito ed era un granito asserragliato nella profondità della terra – tutto era scuro, opaco, sordo, capace solo di irradiare gelo.

Un abisso da cui Matteo saprà riemergere, dopo aver compreso il senso della perdita di Nora e aver definitivamente spezzato la catena dei “se” e aver capito che bisogna uscire da se stessi e andare incontro agli altri per interrompere la spirale della sofferenza:

Su ogni tragedia si posa una pioggia di «se» e quei «se» diventano lo zaino di pietre che chi ha assistito alla tragedia porterà per sempre sulle spalle. Arrampicandosi sui «se» – come fosse una corda lanciata per salvarci – ci si rende conto che, dopo un «se», ce ne è sempre un altro, e un altro ancora.

Uscire da se stessi. Non è forse questo il segreto per sfuggire al “troppo tardi”? Ma quando lo capisci purtroppo la tua vita è andata troppo avanti.

Troppo avanti.

Troppo tardi.

Troppa amarezza.

Troppo dolore.

Troppo dolore che si poteva evitare.

E così Matteo, mentre continua lo struggente dialogo mai interrotto con Nora, schiude lentamente come un fiore in boccio il senso della sua esistenza a noi lettori, facendoci sentire come uno dei visitatori in cerca di sè che si spingono fino all’eremo in montagna in cui è iniziata la sua nuova vita. Quelli che non si lasciano spaventare dalla nudità della propria anima e magari ricevono il dono dell’illuminazione di Matteo:

Con gli anni mi sono reso conto che l’eterno irrompe, a tratti, nel tempo. Irrompe senza teorie, senza piani, senza raccolte di punti o bilance. Irrompe e mostra il fuoco nascosto nelle cose. Quel fuoco è la causa della nostra gioia. Ricordi? Credo che una foglia d’erba non sia meno di un giorno di lavoro delle stelle. Giorno dopo giorno, ho capito il senso di quelle parole che tanto tu amavi; ho imparato a scorgere la fiammella che arde in tutto ciò che esiste intorno a noi. 

 

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