RACCONTI BREVI – La cicatrice

Ora che aveva potuto infilarsi di nuovo il reggiseno di un vecchio bikini a fiori, Serena si chiedeva che cosa rappresentasse per lei.

A dodici anni il primo reggiseno era stato un motivo d’orgoglio. A diciotto se l’era tolto per mostrarsi emancipata da ogni costrizione e fino a venticinque anni si era sentita libera e fiera del topless in spiaggia.

Mentre le onde del mare le lambivano i piedi e la schiuma bianca si allungava verso le gambe, pensò che avrebbe voluto sfilarselo via e gettarsi in acqua. Provare la stessa sensazione di libertà e la stessa gioia di vivere di cinque anni prima.

la cicatriceSi guardò intorno. La spiaggia a quell’ora della sera era quasi deserta. Scorgeva in lontananza la sagoma di un uomo con il cane al guinzaglio e di alcune persone che correvano.

Sciolse le braccia che teneva serrate al petto senza neanche farci caso. Le allungò dietro di sé per distendere la schiena e inspirò profondamente. Una piccola fitta di dolore si irraggiò nel seno sinistro e istintivamente lo coprì con la mano. Poi scostò delicatamente il bordo del costume: eccola lì la cicatrice, dritta e indurita come un cordoncino fino alla base di quello che era rimasto del seno di cui era stata tanto fiera. Stava lì a ricordarle in ogni istante che il suo corpo era cambiato, che tutto era diverso nella sua vita da quando aveva scoperto un tumore grosso come una nocciola.

Non c’era più, era stato asportato insieme a un quarto del suo seno sinistro. Il peggio era passato, ma la cicatrice stava sempre lì a testimoniarle che aveva vinto solo una battaglia, il male era ancora in agguato e intanto le aveva stravolto la vita.

Si diede della stupida per aver pensato che fosse una buona idea stare in spiaggia.

Ormai non era più lei ed era certa che questo lo percepissero anche gli altri. Ad esempio quel ragazzo che si era fermato a fare stretching vicino agli scogli e guardava insistentemente nella sua direzione.

Forse era solo una sua impressione. Anche sua madre le diceva di non lasciarsi condizionare ma Serena sentiva che persino gli amici non la trattavano più come prima. “La verità, si diceva, è che tutti si dicono pronti a starti vicino, fingono solidarietà ma con la malattia li metti a disagio. Agli altri non piace il dolore e chi lo esibisce, dà fastidio la vulnerabilità sbattuta in faccia. Mette paura, al massimo suscita pena che è anche peggio”.

Sergio, il suo fidanzato, non aveva resistito. L’aveva lasciata mentre era in chemioterapia e Serena non aveva fatto nulla per trattenerlo. Anzi, in cuor suo, gli aveva dato ragione. Avrebbe forse dovuto farle da crocerossino? Non era abbastanza forte. E’ questo che lui le aveva detto in definitiva, con patetici giri di parole che per Serena sottendevano un solo incontrovertibile ragionamento: la vita è breve e distribuisce male e dolore senza senso alcuno; peccato per te, cara mia, che hai pescato la paglietta corta ma io me la godo finché posso.

Ecco, forse era proprio questa la cicatrice che mai si sarebbe rimarginata nel suo cuore.

Ma perché quel ragazzo continuava a fissarla? Quando Serena si era messa in piedi per infilarsi shorts e maglietta aveva incrociato il suo sguardo e lui, che faccia tosta, non l’aveva distolto. Allora lei aveva resistito all’impulso di chinare il capo, percorsa da un misto di curiosità e di rabbia che sentì crescere dentro a mano a mano che lui si avvicinava.

“Ciao! Come stai?” le sorrise. Era alto, con i capelli scuri e corti, la pelle imperlata di sudore che detergeva con un asciugamano bianco arrotolato attorno al collo.

La muta perplessità di lei non sembrava scoraggiarlo. Le porse la mano con un sorriso ancora più ampio: “Sei Serena, giusto? Non ti ricordi di me?”

“N… no, veramente no” balbettò lei, frugando invano nella sua memoria.

“All’ospedale, ci siamo conosciuti lì, nel reparto di oncologia”.

Buio totale. Serena ricordava tutto e tutti di quei giorni terribili. Se l’avesse conosciuto in ospedale non avrebbe potuto dimenticarlo, neanche volendo. Che la stesse prendendo in giro? Non aveva voglia di scoprirlo!

“Non mi ricordo, mi spiace” si irrigidì e fece per andarsene.

“Aspetta! Ti faccio vedere una cosa…” lui la bloccò e si chinò per frugare nel suo zainetto. “Ecco qua… ora mi riconosci?”

Aveva messo su un grosso naso di plastica rossa che gli nascondeva mezza faccia.

“La parrucca gialla adesso non ce l’ho… ma sono io!”

Doctor clown! Era così che lo chiamavano i bimbi ricoverati nel reparto di oncologia pediatrica. Un pomeriggio Serena era sgattaiolata da loro, seguendo il richiamo di quelle risate contagiose lungo i corridoi grigi e tutti uguali. Come potevano divertirsi tanto in quel posto infame? Scoprirlo era stata una sorpresa meravigliosa.

Doctor clown ed i suoi assistenti l’avevano coinvolta nei giochi e lei si era divertita senza vergogna come una bambina.

“Sei proprio tu, Doctor clown!” esclamò con gli occhi che le brillavano.

Lui scoppiò in una bellissima risata, tirando via il nasone.

“Luca! In arte Doctor clown, per servirla!” le baciò la mano con un inchino. “Non sai quanto sono felice di rivederti”.

Rimasero a parlare anche quando la luna si fece alta in cielo. Si sentivano come se si conoscessero da sempre. Serena gli raccontò la sua storia e Luca le mostrò la sua cicatrice invisibile: tre anni prima aveva avuto un incidente d’auto con i suoi due migliori amici. Erano alticci, dopo una notte in discoteca e lui era stato il solo a sopravvivere dopo un terribile schianto.

“Da allora sono cambiato. Faccio volontariato, cerco di non sprecare la mia vita e di aiutare gli altri a sorridere. Il tuo sorriso è speciale. Non l’ho dimenticato…”

Serena si specchiò negli occhi di Luca e si sentì finalmente se stessa, diversa da quella che era stata e pronta a dare un nuovo senso alla sua vita.

“Vieni con me, Doctor clown” gli disse, mettendosi in piedi. “Facciamo il bagno!” e si sfilò il reggiseno con il più bello dei suoi sorrisi.

Corsero in acqua tenendosi per mano.

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