Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente. Ecco i consigli di Umberto Eco. Ho stampato anni fa le 40 regole per parlare bene l'italiano del maestro che purtroppo ci ha lasciati ieri e le ho tenute sempre sulla scrivania per ricordarmi che il fine ultimo della scrittura è farsi capire dagli altri.

Il trenta all’esame di Semiotica, al primo anno di università, è stata una soddisfazione che ancora ricordo. Il testo fondamentale dell’esame, “Il Trattato di semiotica generale” di Umberto Eco, è stato un viaggio molto affascinante, ma tutt’altro che semplice, che ha cambiato il mio modo di considerare il linguaggio e i processi di significazione e comunicazione. Posso considerarlo la mia prima conoscenza approfondita con il grandissimo professore, scomparso purtroppo ieri, visto che ero troppo piccola ai tempi de “Il nome della rosa” e del celebre film con Sean Connery (che ho recuperato con immenso piacere a tempo debito).

Cos’è la semiosi? Mi piace molto il modo in cui lo stesso Eco lo spiega in un’intervista pubblicata su La Repubblica nel 1992: “E’ il rapporto in cui qualcuno produce qualcosa per dire qualcosa a qualcun altro”.

“Se io ti do un panino e tu lo mangi, non facciamo semiosi. Se schiaccio la coda al cane non faccio semiosi. Se ti dico: ‘vammi a comprare un panino’, allora sì, facciamo semiosi. Perché il panino non è qua, tu capisci di cosa parlo, senti che ti do un comando, potresti perfino offenderti, capisci che ci sono rapporti commerciali, che circola del denaro, poiché il panino si compra e non si ruba… In un rapporto elementare entrano in gioco fatti che riguardano la lingua, la musica – il tono di voce con cui lo dico – noi stessi come rappresentanti di ruoli, il fatto che siamo in una società dove esistono panini – cosa impensabile, ad esempio, in una società che si nutre solo di pesce essiccato. Tutto questo è un ambito semiotico. La semiotica si occupa di questi fatti, compreso il fatto che avrei potuto dirti: ‘vammi a comprare un unicorno’ , con le conseguenze interpretative del fatto che l’ unicorno non esiste”.

La cosa positiva, secondo Eco, è che dal 1964, quando Roland Barthes pubblica i suoi “Elements de sémiologie” a oggi, la semiotica “è entrata nei nostri comportamenti quotidiani, e non come una teoria generale, ma come un’ attenzione ai problemi della significazione”. Al punto tale che persino la barba tagliata dal professore nel 1990 finisce per diventare quasi “un fatto semiotico”. In realtà, all’epoca dei fatti, Eco considerò l’episodio frutto dei “meccanismi un po’ provinciali della comunicazione di massa”. Ma probabilmente era il primo sintomo della pericolosa deriva della comunicazione di massa che, nel 2015, lo avrebbe condotto ad asserire (giustamente, malgrado le polemiche!) che “i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli” e che “il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità”.

Ecco l’episodio della barba raccontato da lui nella stessa intervista del 1992:

“La barba è ovviamente un fatto semiotico, visto che ti consente di distinguere un cappuccino da un domenicano. Nel Pendolo ho dedicato una pagina alla barba fra il ’67 e il ’73. Prima del ’68 la barba era un po’ fascista, nel ’68 era marxista rivoluzionaria, fra il ’68 e il ’72 è diventata neutra: l’avevano Capanna, il commissario Calabresi, Eugenio Scalfari. La storia della mia barba tagliata non è un fatto semiotico ma ha a che vedere con i meccanismi un po’ provinciali della comunicazione di massa. Mi ero tagliato la barba, nell’estate del ’90, perché mi trovavo in una località marina dove si potevano ammirare i coralli sott’acqua. La maschera subacquea non aderiva ai baffi, entrava l’acqua. Così l’ho tagliata, per poter vedere i coralli. Al ritorno, sull’aereo, un amico per cinque minuti buoni non mi ha riconosciuto. Allora ho pensato che senza barba sarei stato più in pace. Invece, appena in Italia, sono stato ai funerali di Moravia e i fotografi mi si sono scatenati addosso per ritrarmi rasato. Così ho deciso di farla ricrescere, per rientrare nell’anonimato”.

Confesso che, oltre ai romanzi, di Umberto Eco ho continuato a leggere con piacere, negli anni, soprattutto le riflessioni sempre acute e interessanti sul linguaggio, sulla significazione, sulla comunicazione. Tuttora campeggia sulla bacheca che sovrasta la mia scrivania il ritaglio della famosa e bellissima “Bustina di Minerva” dedicata alle celebri 40 regole del maestro per parlare bene l’italiano. Ogni volta che mi perdo un po’ troppo nei meandri della scrittura, alzo lo sguardo alle acute e preziose regole di Umberto Eco e mi rammento che il fine ultimo è comunicare il nostro pensiero agli altri nel miglior modo possibile:

  1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.
  2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.
  3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.
  4. Esprimiti siccome ti nutri.
  5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.
  6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.
  7. Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione.
  8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.
  9. Non generalizzare mai.
  10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.
  11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.”
  12. I paragoni sono come le frasi fatte.
  13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).
  14. Solo gli stronzi usano parole volgari.
  15. Sii sempre più o meno specifico.
  16. L’iperbole è la più straordinaria delle tecniche espressive.
  17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.
  18. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.
  19. Metti, le virgole, al posto giusto.
  20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.
  21. Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso el tacòn del buso.
  22. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.
  23. C’è davvero bisogno di domande retoriche?
  24. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe — o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento — affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.
  25. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.
  26. Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.
  27. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!
  28. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.
  29. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.
  30. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio.
  31. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).
  32. Cura puntiliosamente l’ortograffia.
  33. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.
  34. Non andare troppo sovente a capo.

Almeno, non quando non serve.

  1. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.
  2. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.
  3. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le   premesse conseguirebbero dalle conclusioni.
  4. Non indulgere ad arcaismi, hapax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differenza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competenze cognitive del destinatario.
  5. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.
  6. Una frase compiuta deve avere.

 

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