Non si vede che con il cuore! Avvince e commuove la storia di Marie-Laure e Werner, una ragazzina francese cieca e un orfano tedesco, protagonisti di "Tutta la luce che non vediamo" di Anthony Doerr, vincitore del Premio Pulitzer 2015.

C’è la Storia con la esse maiuscola – la seconda guerra mondiale – raccontata attraverso la storia personale dei due protagonisti al centro del romanzo “Tutta la luce che non vediamo” di Anthony Doerr, edito da Rizzoli e vincitore del premio Pulitzer 2015.

Un déjà-vu, ho pensato. E per questo ho procrastinato la lettura, temendo la noia di trame ormai prevedibili sullo sfondo di vicende storiche arcinote.

Sono contenta di essermi ricreduta, come mi è capitato per “Storia di una ladra di libri”. Il merito è della bravura con cui Doerr fa correre parallele fin dall’inizio, e con continui salti temporali, le vicende di una bambina francese cieca, Marie-Laure LeBlanc e di un coetaneo tedesco orfano, Werner Pfennig, destinate a trovare un fugace e decisivo punto d’incontro nella cittadina costiera di Saint-Malo, ancora in mano ai tedeschi a due mesi dallo sbarco in Normandia.  

Ecco il commovente dialogo che suggella il momento dell’incontro tra Marie-Laure e Werner, l’acme lungamente atteso (e abilmente preparato da Doerr) in cui la storia sembra trovare il compimento suggerito fin dal principio:

«Quando ho perso la vista, Werner, mi hanno detto che ero coraggiosa. Quando se n’è andato mio padre, mi hanno detto che ero coraggiosa. Ma il mio non è coraggio; non ho scelta. Mi sveglio e vivo la mia vita. Tu non fai lo stesso?».

«No, da anni. Salvo oggi. Oggi forse l’ho fatto».

E’ infatti il 1934, a Parigi, quando la seienne Marie-Laure scopre di essere destinata alla cecità per il resto della vita e suo padre, abilissimo artigiano e fabbro per il Muséum national d’histoire naturelle – nei cui sotterranei sarebbe custodita da centocinquant’anni il “Mare di fiamma”, una pietra di inestimabile valore ma portatrice di sciagure – crea per  lei uno straordinario modellino dell’arrondissement in cui vivono per permetterle di uscire da sola.

La guida così, pian piano e amorevolmente, alla conquista dell’autonomia, fino a quando nel 1940 sono costretti dall’occupazione nazista a trovare rifugio tra le mura di Saint-Malo, in Bretagna, nella casa sul mare del prozio Etienne, rimasto traumatizzato dalla precedente guerra e ancorato al ricordo del fratello morto.

Con sedici passi si va alla fontanella dell’acqua, con sedici si torna. Quarantadue fino alle scale, quarantadue indietro. Marie-Laure si disegna cartine in testa, svolge cento metri di filo immaginario, poi si gira e lo riavvolge.

I bambini che incontra traboccano di domande: fa male? Per dormire li chiudi, gli occhi? Come fai a sapere che ore sono?

Non fa male, spiega lei. E non è un buio, non come lo immaginano loro. Tutto è fatto di tele e reticoli e terremoti di suoni e consistenze.

Il colore, un’altra cosa che la gente non si aspetta. Nella sua fantasia, nei suoi sogni, è tutto colorato.

Marie-Laure non ha ricordi di sua madre ma se la immagina bianca, una lucentezza senza suono. Suo padre emana migliaia di colori, bianco opalino, rosso fragola, ruggine scuro, verde selvatico; e un odore di olio e metallo, e una sensazione come quando il cilindro di una serratura scorre al posto giusto; e il tintinnio dei suoi portachiavi ogni volta che si muove.

Anche Werner, in orfanotrofio con sua sorella Jutta, vive immerso nell’oscurità: quella della Germania nazista. Tra le poche consolazioni che possono permettersi c’è quella di ascoltare in segreto una lontanissima radio francese, malgrado sia proibito dal regime hitleriano.  Il ragazzo scopre presto di avere un’intelligenza fuori dal comune e un’abilità incredibile nell’aggiustare e costruire radio e queste capacità saranno il suo lasciapassare per accedere all’accademia della Gioventù hitleriana e, dopo un durissimo addestramento, partire in missione per localizzare le trasmissioni radio clandestine dei nemici e dei partigiani. Nel frattempo si insinua sempre più forte in lui il dubbio sul regime e sulle sue azioni, quel dilemma che per prima aveva posto la sua sorellina:

«Ti sembra giusto» dice lei «fare una cosa solo perché la fanno gli altri?»

Il dubbio: insinuante come un’anguilla. Werner lo ricaccia indietro. Jutta ha appena compiuto dodici anni, è ancora una bambina.

«Ti scriverò tutte le settimane. Due volte, se riesco. E non devi far vedere le lettere a Frau Elena se non vuoi.»

Lei chiude gli occhi.

«Non durerà per sempre, Jutta. Forse due anni.[…]

La luce crescente. Il fischio tenero dell’erba. Jutta apre gli occhi ma non lo guarda in faccia. «Non dire bugie, Werner. Raccontatela, se vuoi, ma non raccontarla a me.»

E una terza trama si intreccia, quella del gerarca nazista Von Rumpel, gravemente malato, che segue le tracce del “Mare di fiamma”, nella convinzione che possa salvargli la vita. Scopre così che il direttore del Museo di Parigi ha fatto realizzare delle copie della pietra preziosa e le ha affidate a diversi dipendenti che hanno abbandonato la capitale francese (tra cui il padre di Marie-Laure), senza svelare a nessuno a chi è toccato di portare con sé il fardello dell’autentica gemma maledetta.

Marie-Laure sente dire che il diamante è verde pallido e grosso come un bottone di paltò. Poi sente che è grosso come una scatola di fiammiferi. Il giorno dopo è azzurro e grande come il pugno di un bebè. Lei immagina una dea iraconda che percorre le sale, scagliando maledizioni su ogni galleria come nubi di veleno. Suo padre le dice di non sbrigliare troppo la fantasia. I sassi sono solo sassi e la pioggia è solo pioggia e la malasorte è solo fatalità. Certe cose sono semplicemente più rare di altre, e per questo esistono le serrature.

Ma sarà la radio, lo strumento strategico più importante della guerra, a determinare l’incontro decisivo delle vite parallele dei personaggi, orchestrate con maestria e pathos da Doerr, e gli inevitabili e commoventi epiloghi di ciascuna.

Lui è un fantasma. Viene da un altro mondo. È papà, Madame Manec, Étienne; è tutti quelli che l’hanno abbandonata, tornati finalmente da lei. Dall’altro lato del pannello lui scandisce: «Non voglio uccidere te. Ho sentito te. Alla radio. Per questo vengo qui». Si interrompe, affannandosi a tradurre. «La canzone? Chiaro della luna?» Lei quasi sorride.

L’esistenza di ognuno di noi comincia con un’unica cellula, più piccola di un granello di polvere. Molto più piccola. Suddividiti. Moltiplicati. Somma e sottrai. La materia cambia padrone, gli atomi affluiscono e defluiscono, le molecole ruotano, le proteine si legano, i mitocondri emanano i loro decreti di ossidazione; in principio erano microscopici sciami elettrici. I polmoni il cervello il cuore. Quaranta settimane dopo, seimila miliardi di cellule s’incuneano nella morsa del canale del parto di nostra madre, e noi strilliamo. Dopo di che il mondo inizia a darci addosso.

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