Nulla è come sembra, soprattutto nelle famiglie perfette! Il thriller di Jane Shemilt è una dura presa di coscienza delle dinamiche moglie-marito-figli. Per giungere alla verità sulla scomparsa di Naomi, sua madre dovrà analizzare con spietatezza se stessa e i propri cari.

“E’ più facile di quanto si pensi perdere di vista ciò che conta”. La chiave di lettura di “Una famiglia quasi perfetta” di Jane Shemilt (edito da Newton Compton) è in quest’amara riflessione di Jenny, voce narrante di una storia familiare in cui, com’è facile intuire, nulla è come sembra.

Fin dalle prime pagine è echeggiato nella mia mente il celebre incipit di Anna Karenina: “Tutte le famiglie felici sono simili le une alle altre; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”. Il fatto è che Jenny non è consapevole dell’infelicità e delle menzogne che hanno minato irrimediabilmente la serenità e l’unione della sua famiglia, fintanto che sua figlia 15enne Naomi non fa ritorno a casa, dopo una serata con gli amici del teatro, e scompare nel nulla.

Fino a quel momento Jenny era convinta di avere tutto: la professione gratificante e impegnativa di medico; il bel matrimonio ventennale con Ted, famoso neurochirurgo; l’affetto di tre figli adolescenti, Naomi e i gemelli Ed e Theo, indipendenti, maturi, appassionati di arte e sport.

Ma era davvero così?

Le strade scorrevano fuori dal finestrino, piene di persone che non erano Naomi. Mentre le osservavo camminare lungo i marciapiedi, vive e libere, mi resi conto che non l’avevo appena persa; forse l’avevo persa molto prima che scomparisse e non sapevo più chi fosse.

Jane ShemiltUn anno dopo il terribile evento – la narrazione di Jenny si snoda su un doppio binario temporale – con il famigerato “senno del poi” deve ammettere con se stessa di non aver visto molti segnali o forse di non averli voluti vedere.

Era più facile, probabilmente, non attribuire troppa importanza al fatto che il marito Ted era diventato poco presente nella vita familiare o che i gemelli erano scostanti e taciturni e che soprattutto Naomi era molto diversa, sfuggente e misteriosa, con i tacchi alti ed i vestiti audaci che diceva di dover indossare per i ruoli interpretati in teatro.

Solo un anno fa, pensavo che avessimo tutto.

È difficile dire con esattezza quando ha iniziato a non essere più così. Continuo a riconsiderare diversi momenti nel tempo per capire dov’è che avrei potuto cambiare il destino. Potrei scegliere quasi ogni momento della mia vita e dargli una forma diversa.

Se non avessi deciso di diventare un medico, se Ted non mi avesse aiutata a portare i libri nella biblioteca anni prima, se quel pomeriggio non avessi avuto tanta fretta di tornare allo studio, se avessi avuto più tempo. Di tempo ne era rimasto poco, ma allora non lo sapevo.

Jenny trova almeno la forza di non arrendersi, di affrontare la dolorosa lacerazione del velo di ipocrisia che ammentava totalmente la sua vita e di provare a mettere insieme i tasselli delle vere storie dei suoi cari di cui era del tutto ignara.

Ma soprattutto ha il coraggio, malgrado sia attanagliata dai sensi di colpa e dall’angoscia dei dubbi rimasti insoluti dopo un anno di inconcludenti indagini e ricerche, di continuare a seguire le labili tracce lasciate da sua figlia per ricostruire finalmente il senso di quanto accaduto.

Un racconto davvero intrigante, che alterna momenti di introspezione e di suspance e riserva sorprese fino alle fine.

Niente dura. Non i luoghi, non le persone, non l’amore, nemmeno gli anni fugaci dell’infanzia. La perdita, invece, dura.

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